mercoledì 24 dicembre 2008

Ungaretti

Un bellissimo post del 2002 dal blog di Leonardo.

domenica 21 dicembre 2008

Via di qui. Cattivi magistrati e cattivi giornalisti

dal sito di Carlo Vulpio, giornalista del Corriere che si è occupato del caso De Magistris.

martedì 25 novembre 2008

Morire per mancanza di cibo

Di Mimmia Fresu

Dal Giornale di Sardegna del 25 novembre 2008

La posizione della CEI, a occhio e croce, non è quella del missionario. Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana: «sospendere idratazione e nutrizione significa sospendere le funzioni vitali di una persona ». Senza esitazione ci siamo sentiti vicini e solidali al significato, che è anche denuncia, di questa frase. Abbiamo associato l’affermazione alle gravi notizie che l’Unicef, quotidianamente, riporta dai Paesi del Corno d'Africa: guerre, stupri, carestia, colera.

In questi giorni, in Congo, un intero popolo è in fuga e vittima di massacri. In Guinea Bissau, ogni mille bambini che nascono, 200 muoiono prima di aver compiuto cinque anni, a causa di malaria, infezioni respiratorie acute e diarrea, il 17% delle donne sopra i 15 anni sono sieropositive e contribuiscono a rendere elevati i tassi di mortalità materna e infantile.

Molti minori sono vittime della tratta di esseri umani, di violenza e abusi. In Etiopia 75.000 bambini hanno bisogno di alimentazione terapeutica contro la malnutrizione, si teme che la popolazione colpita dalla crisi abbia ormai superato i 4,6 milioni.

In Somalia, il numero di persone in stato di emergenza è di 3,2 milioni. In Kenya 1,3 milioni di persone sono in condizioni di insicurezza alimentare e 95.000 bambini sotto i 5 anni sono malnutriti, tra essi 10mila in modo grave. In Eritrea e Uganda, 700mila persone, tra cui 35mila bambini, sono affetti da malnutrizione acuta. ogni giorno in Darfur, a causa di malattie, fame e sete, muoiono 75 bambini sotto i cinque anni.
Invece ci siamo sbagliati. L’affermazione del Cardinale Bagnasco, infatti, non era riferita ai milioni di derelitti della terra, a questa sconfinata umanità che muore disidratata e senza nutrimento.

Lui parlava di Eluana Englaro, la ragazza in coma da 17 anni e che il padre, in tutto questo tempo, rispettando la volontà dichiarata della figlia, ha cercato una giustizia terrena per mettere fine a questa interminabile agonia. Ora la giustizia laica ha riconosciuto a questa ragazza la libertà di staccarsi dallo stato vegetativo. Ed ecco tuonare la Chiesa. I milioni di disperati della terra che muoiono per mancanza di cibo e che, al contrario, vorrebbero vivere, avranno un posto negli spot pubblicitari dell’8 per mille.

domenica 23 novembre 2008

Uccidete Ipazia

di Piergiorgio Odifreddi.
da UAAR

Se ragione e fede costituiscono i due binarî paralleli lungo i quali si è mossa la storia dell’Occidente negli ultimi duemila anni, i testi che meglio ne rappresentano l’immutabile distanza sono gli Elementi di Euclide e la Bibbia, le due summe del pensiero matematico greco e della mitologia religiosa ebraico-cristiana, la cui efficacia ispirativa è testimoniata dall’incredibile numero di edizioni raggiunte da entrambi (duemila, una media di una all’anno dalla prima “pubblicazione”).
L’episodio più emblematico della contrapposizione fra le ideologie che si rifanno ai due libri accadde nel marzo del 415, quando un assassinio impresse, come disse Gibbon in Declino e caduta dell’impero romano, «una macchia indelebile» sul cristianesimo. La vittima fu una donna: Ipazia, detta “la musa” o “la filosofa”. Il mandante un vescovo: Cirillo, patriarca di Alessandria d’Egitto.
Il contesto storico in cui l’avvenimento ebbe luogo è il periodo in cui il cristianesimo effettuò una mutazione genetica, cessando di essere perseguitato con l’editto di Costantino nel 313, diventando religione di stato con l’editto di Teodosio nel 380, e iniziando a sua volta a perseguitare nel 392, quando furono distrutti i templi greci e bruciati i libri “pagani”.
Gli avvenimenti ad Alessandria precipitarono a partire dal 412, quando divenne patriarca il fondamentalista Cirillo. In soli tre anni il predicatore della religione dell’amore riuscì a fomentare l’odio contro gli ebrei, costringendoli all’esilio. Servendosi di un braccio armato costituito da monaci combattenti sparse il terrore nella città e arrivò a ferire il governatore Oreste. Ma la sua vera vittima sacrificale fu Ipazia, il personaggio culturale più noto della città.
Figlia di Teone, rettore dell’università di Alessandria e famoso matematico egli stesso, Ipazia e suo padre sono passati alla storia scientifica per i loro commenti ai classici greci: si devono a loro le edizioni delle opere di Euclide, Archimede e Diofanto che presero la via dell’Oriente durante i secoli, e tornarono in Occidente in traduzione araba, dopo un millennio di rimozione.
In un mondo che ancora oggi è quasi esclusivamente maschile, Ipazia viene ricordata come la prima matematica della storia: l’analogo di Saffo per la poesia, o Aspasia per la filosofia. Anzi, fu la sola matematica per più di un millennio: per trovarne altre, da Maria Agnesi a Sophie Germain, bisognerà attendere il Settecento. Ma Ipazia fu anche l’inventrice dell’astrolabio, del planisfero e dell’idroscopio, oltre che la principale esponente alessandrina della scuola neoplatonica.
Le sue opere sono andate perdute, ma alcune copie sono state ritrovate nel Quattrocento; per ironia della sorte, nella Biblioteca Vaticana cioè in casa dei suoi sicari. Le uniche notizie di prima mano su di lei ci vengono dalle lettere di Sinesio di Cirene: l’allievo prediletto che, dopo averla chiamata «madre, sorella, maestra e benefattrice», tradì il suo insegnamento e passò al nemico, diventando vescovo di Tolemaide.
Il razionalismo di Ipazia, che non si sposò mai a un uomo perché diceva di essere già «sposata alla verità» costituiva un controaltare troppo evidente al fanatismo di Cirillo. Uno dei due doveva soccombere e non poteva che essere Ipazia: perché così va il mondo, nel quale si diffondono sempre le malattie infettive e mai la salute.
Aggredita per strada, Ipazia fu scarnificata con conchiglie affilate, smembrata e bruciata. Oreste denunciò il fatto a Roma, ma Cirillo dichiarò che Ipazia era sana e salva ad Atene. Dopo un’inchiesta, il caso venne archiviato «per mancanza di testimoni». La battaglia fra fede e ragione si concluse con vincitori e vinti, e il mondo ebbe ciò che seppe meritarsi.
Come si vede, già i puri fatti sono sufficienti a imbastire un discreto romanzo, come ha fatto Caterina Contini in Ipazia e la notte. Se poi questi fatti sono riconosciuti con attenzione psicologica e filosofica, e narrati con scrittura dolce e ispirata, allora diventa ottimo, e permette alla figura di Ipazia di stagliarsi luminosa nel buio della notte che la inghiottì insieme alla verità, sua sposa.

venerdì 21 novembre 2008

giovedì 20 novembre 2008

Toxic asset – toxic learning

Università e altro. Un bell'articolo di Sergio Bologna su Nazione Indiana

giovedì 13 novembre 2008

genova 2001 - "Quella non è un'ambasciata"

da l'Unità
Il contenuto della telefonata intercorsa tra Fausto Bertinotti e il prefetto Gianni De Gennaro la sera del 21 luglio 2001 durante l’irruzione delle forze di polizia nella scuola Diaz è riferito dallo stesso Bertinotti in un’intervista contenuta nel film-inchiesta «Fare un golpe e farla franca» realizzato da Beppe Cremagnani, Enrico Deraglio e Mario Portanova.
Il dvd sarà in edicola a dicembre. Questa la trascrizione.

Fausto Bertinotti. «A un certo punto della serata vengo raggiunto da una telefonata di Luisa Morgantini, urla e piange, non riesco a sentire cosa dice, ricordo di aver avuto una reazione nervosa. Cosa stai dicendo?, le ho risposto, ancoramene scuso con Luisa.
Lei era stravolta, diceva: «Li uccidono li uccidono, siamo di fronte alla scuola. Le forze della polizia stanno caricando non ci lasciano entrare». Luisa era parlamentare europea. «Non fanno entrare i giornalisti – diceva - caricano caricano caricano, ma li uccidono?, fai qualcosa fai qualcosa tu». Allora io telefonai al prefetto De Gennaro e gli dissi guardi, alla scuola sta succedendo questo, ho telefonate drammatiche intervenga immediatamente, immediatamente. Può succedere una tragedia».

Gianni De Gennaro mi rispose «Non ne so niente. Mi faccia fare una ricognizione poi le ritelefono ».
Fausto Bertinotti. «Richiamai Luisa Morgantini dicendole guarda ho fatto un intervento, ho chiamato. Lei mi dice li stanno massacrando, vengono fuori avvolti in coperte o in teli. Questo mi sembra morto»

GianniDeGennaro mi ritelefona emi dice una cosa terribile. Dice: «Cosa vuole che faccia? Quella non è un’ambasciata, non c’è extraterritorialità. Quello che sta avvenendo è semplicemente una forma di controllo del territorio. Non le posso dire altro. Non mi può chiedere una protezione come se fosse un’ambasciata ».

Fausto Bertinotti. Questo è quello che so, e mi pare tanto.

mercoledì 12 novembre 2008

Massacro di delfini in Danimarca

Non ci potevo credere.
Ho sperato fosse una bufala.

Qui la notizia, e le immagini, per gli stomaci forti.
Qui la petizione. E' doveroso almeno tentare di fermare un simile orrore.

giovedì 30 ottobre 2008

Il metodo Cossiga

Un camion carico di spranghe e in piazza Navona è stato il caos
di Curzio Maltese
da Repubblica


Aveva l'aria di una mattina tranquilla nel centro di Roma. Nulla a che vedere con gli anni Settanta. Negozi aperti, comitive di turisti, il mercatino di Campo dè Fiori colmo di gente. Certo, c'era la manifestazione degli studenti a bloccare il traffico. "Ma ormai siamo abituati, va avanti da due settimane" sospira un vigile. Alle 11 si sentono le urla, in pochi minuti un'onda di ragazzini in fuga da Piazza Navona invade le bancarelle di Campo dè Fiori. Sono piccoli, quattordici anni al massimo, spaventati, paonazzi.

Davanti al Senato è partita la prima carica degli studenti di destra. Sono arrivati con un camion carico di spranghe e bastoni, misteriosamente ignorato dai cordoni di polizia. Si sono messi alla testa del corteo, menando cinghiate e bastonate intorno. Circondano un ragazzino di tredici o quattordici anni e lo riempiono di mazzate. La polizia, a due passi, non si muove. Sono una sessantina, hanno caschi e passamontagna, lunghi e grossi bastoni, spesso manici di picconi, ricoperti di adesivo nero e avvolti nei tricolori. Urlano "Duce, duce". "La scuola è bonificata". Dicono di essere studenti del Blocco Studentesco, un piccolo movimento di destra. Hanno fra i venti e i trent'anni, ma quello che ha l'aria di essere il capo è uno sulla quarantina, con un berretto da baseball. Sono ben organizzati, da gruppo paramilitare, attaccano a ondate. Un'altra carica colpisce un gruppo di liceali del Virgilio, del liceo artistico De Chirico e dell'università di Roma Tre. Un ragazzino di un istituto tecnico, Alessandro, viene colpito alla testa, cade e gli tirano calci. "Basta, basta, andiamo dalla polizia!" dicono le professoresse.

Seguo il drappello che si dirige davanti al Senato e incontra il funzionario capo. "Non potete stare fermi mentre picchiano i miei studenti!" protesta una signora coi capelli bianchi. Una studentessa alza la voce: "E ditelo che li proteggete, che volete gli scontri!". Il funzionario urla: "Impara l'educazione, bambina!". La professoressa incalza: "Fate il vostro mestiere, fermate i violenti". Risposta del funzionario: "Ma quelli che fanno violenza sono quelli di sinistra". C'è un'insurrezione del drappello: "Di sinistra? Con le svastiche?".

La professoressa coi capelli bianchi esibisce un grande crocifisso che porta al collo: "Io sono cattolica. Insegno da 32 anni e non ho mai visto un'azione di violenza da parte dei miei studenti. C'è gente con le spranghe che picchia ragazzi indifesi. Che c'entra se sono di destra o di sinistra? È un reato e voi dovete intervenire". Il funzionario nel frattempo ha adocchiato una telecamera e il taccuino: "Io non ho mai detto: quelli sono di sinistra". Monica, studentessa di Roma Tre: "Ma l'hanno appena sentito tutti! Chi crede d'essere, Berlusconi?".

"Lo vede come rispondono?" mi dice Laura, di Economia. "Vogliono fare passare l'equazione studenti uguali facinorosi di sinistra". La professoressa si chiama Rosa Raciti, insegna al liceo artistico De Chirico, è angosciata: "Mi sento responsabile. Non volevo venire, poi gli studenti mi hanno chiesto di accompagnarli. Massì, ho detto scherzando, che voi non sapete nemmeno dov'è il Senato. Mi sembravano una buona cosa, finalmente parlano di problemi seri. Molti non erano mai stati in una manifestazione, mi sembrava un battesimo civile. Altro che civile! Era stato un corteo allegro, pacifico, finché non sono arrivati quelli con i caschi e i bastoni. Sotto gli occhi della polizia. Una cosa da far vomitare. Dovete scriverlo. Anche se, dico la verità, se non l'avessi visto, ma soltanto letto sul giornale, non ci avrei mai creduto".

Alle undici e tre quarti partono altre urla davanti al Senato. Sta uscendo Francesco Cossiga. "È contento, eh?" gli urla in faccia un anziano professore. Lunedì scorso, il presidente emerito aveva dato la linea, in un intervista al Quotidiano Nazionale: "Maroni dovrebbe fare quel che feci io quand'ero ministro dell'Interno (...) Infiltrare il movimento con agenti pronti a tutto, e lasciare che per una decina di giorni i manifestanti devastino le città. Dopo di che, forti del consenso popolare, il suono delle sirene delle ambulanze dovrà sovrastare quello delle auto della polizia. Le forze dell'ordine dovrebbero massacrare i manifestanti senza pietà e mandarli tutti all'ospedale. Picchiare a sangue, tutti, anche i docenti che li fomentano. Magari non gli anziani, ma le maestre ragazzine sì".

È quasi mezzogiorno, una ventina di caschi neri rimane isolata dagli altri, negli scontri. Per riunirsi ai camerati compie un'azione singolare, esce dal lato di piazza Navona, attraversa bastoni alla mano il cordone di polizia, indisturbato, e rientra in piazza da via Agonale. Decido di seguirli ma vengo fermato da un poliziotto. "Lei dove va?". Realizzo di essere sprovvisto di spranga, quindi sospetto. Mentre controlla il tesserino da giornalista, osservo che sono appena passati in venti. La battuta del poliziotto è memorabile: "Non li abbiamo notati".

Dal gruppo dei funzionari parte un segnale. Un poliziotto fa a un altro: "Arrivano quei pezzi di merda di comunisti!". L'altro risponde: "Allora si va in piazza a proteggere i nostri?". "Sì, ma non subito". Passa il vice questore: "Poche chiacchiere, giù le visiere!". Calano le visiere e aspettano. Cinque minuti. Cinque minuti in cui in piazza accade il finimondo. Un gruppo di quattrocento di sinistra, misto di studenti della Sapienza e gente dei centri sociali, irrompe in piazza Navona e si dirige contro il manipolo di Blocco Studentesco, concentrato in fondo alla piazza. Nel percorso prendono le sedie e i tavolini dei bar, che abbassano le saracinesche, e li scagliano contro quelli di destra. Soltanto a questo punto, dopo cinque minuti di botte, e cinque minuti di scontri non sono pochi, s'affaccia la polizia. Fa cordone intorno ai sessanta di Blocco Studentesco, respinge l'assalto degli studenti di sinistra. Alla fine ferma una quindicina di neofascisti, che stavano riprendendo a sprangare i ragazzi a tiro.

Un gruppo di studenti s'avvicina ai poliziotti per chiedere ragione dello strano comportamento. Hanno le braccia alzate, non hanno né caschi né bottiglie. Il primo studente, Stefano, uno dell'Onda di scienze politiche, viene colpito con una manganellata alla nuca (finirà in ospedale) e la pacifica protesta si ritrae.

A mezzogiorno e mezzo sul campo di battaglia sono rimasti due ragazzini con la testa fra le mani, sporche di sangue, sedie sfasciate, un tavolino zoppo e un grande Pinocchio di legno senza più una gamba, preso dalla vetrina di un negozio di giocattoli e usato come arma. Duccio, uno studente di Fisica che ho conosciuto all'occupazione, s'aggira teso alla ricerca del fratello più piccolo. "Mi sa che è finita, oggi è finita. E se non oggi, domani. Hai voglia a organizzare proteste pacifiche, a farti venire idee, le lezioni in piazza, le fiaccolate, i sit in da figli dei fiori. Hai voglia a rifiutare le strumentalizzazioni politiche, a voler ragionare sulle cose concrete. Da stasera ai telegiornali si parlerà soltanto degli incidenti, giorno dopo giorno passerà l'idea che comunque gli studenti vogliono il casino. È il metodo Cossiga. Ci stanno fottendo".

http://www.repubblica.it/2008/10/sezioni/scuola_e_universita/servizi/scuola-2009-4/camion-spranghe/camion-spranghe.html

giovedì 9 ottobre 2008

Il collasso annunciato dell'impero americano

Howard Zinn (storico statunitense, professore emerito di Scienze politiche alla Boston University)

da http://www.liberazione.it/


L'attuale crisi finanziaria è una delle tappe secondarie che porta al collasso l'impero americano.

I primi importanti segnali arrivarono l'11 settembre, quando la nazione più pesantemente armata si mostrò al mondo vulnerabile, colpita da un manipolo di dirottatori. Ed ora un'altro segnale: due principali partiti che raggiungono un accordo per gettare 700 miliardi di dollari dei contribuenti nella casse dei grandi istituti finanziari che si caratterizzano per due cose: incompetenza e ingordigia.

C'è una soluzione migliore per risolvere l'attuale crisi. Ma bisognerebbe cestinare quello che fino ad oggi è stato considerato convenzionalmente saggio: l'intervento dello Stato nell'economia. Un fatto che deve essere evitato come la peste, perchè il "libero mercato" dovrebbe guidare l'economia verso la crescita e la giustizia. Confrontiamoci con una verità storica: non abbiamo mai avuto un "libero mercato", l'intervento pubblico nell'economia c'è sempre stato ed era benvenuto dai capitani dell'industria e della finanza. Non avevano nulla di ridire sul ruolo dello Stato quando serviva ai loro bisogni. Incominciò tanto tempo fa, con i padri fondatori che si incontrarono a Filadelfia nel 1787 per scrivere la Costituzione.

Il primo grande salvataggio avvenne quando il nuovo governo decise di riscattare e pagare il valore pieno le obbiligazioni che non valevano più nulla dei grandi speculatori. Questo ruolo dello Stato a sostegno degli interessi della classe affaristica ha attraversato tutta la nostra storia. La logica di spendere 700 miliardi di dollari dei contribuenti per sovvenzionare i grandi istituti finanziari è quella che in qualche modo la ricchezza arriverà anche alle persone che ne hanno bisogno. Questo non ha mai funzionato. L'alternativa è semplice e molto forte. Prendere quella enorme quantità di denaro e darla direttamente allle persone che ne hanno bisogno. Lasciamo che il governo dichiari una moratoria sui pignoramenti e diamo gli aiuti ai proprietari di case per pagare i loro mutui. Creiamo un programma federale per garantire un lavoro a coloro che che lo vogliono e ne hanno bisogno e per tutti coloro che non hanno avuto nulla dal "libero mercato".

Abbiamo un precedente storico di grande successo. Il New Deal di Roosvelt che diede lavoro a milioni di persone, che ricostruì le infrastrtutture del paese e sfidando le accuse di "socialismo", stabilì una previdenza sociale per tutti. Questo piano potrebbe essere ampliato magari garantendo una sanità per tutti.

Per tutto questo servono più di 700 miliardi di dollari. Ma i soldi ci sono. Ad esempio ci sono i 600 miliardi del budget militare se decidiamo di smettere di essere una nazione in guerra perenne. O ad esempio nei gonfi conti bancari dei super ricchi, tassandoli vigorosamente sia le loro rendite che le loro ricchezze.

Quando gli urli si spegneranno, non importa che repubblicani o democratici, che questo non deve essere fatto perchè c'è un governo forte, i cittadini dovrebbero solo farsi una grossa risata. E poi organizzarsi e mobilitarsi in nome di quello che la Dichiarazione di Indipendenza prometteva: è responsabilità del governo assicurare a tutti uguale diritto alla "vita, libertà e la ricerca della felicità". Solo un approccio così coraggioso può salvare la nazione, non come un impero, ma come una democrazia.

domenica 5 ottobre 2008

Liliana Felipe

Liliana Felipe, one of Latin America's foremost singers and composers, was born in Argentina in the 1950s. She left for Mexico just before the outbreak of the 'Dirty War' (1976), but her sister and brother-in-law were both 'disappeared'--victims of the military dicatorship's criminal politics..continua

Una musicista-compositrice di grande talento. Qui un esempio..

sabato 20 settembre 2008

La mente non localizzata

da PerformanceTrading

Agli inizi degli anni Ottanta, un giovane studioso di biologia vegetale, l'inglese Rupert Sheldrake, entrò in questa polemica con una teoria che scosse il mondo scientifico. La sua «ipotesi di causazione formativa» comparve nel suo libro A New Science of Life [Una nuova scienza della vita] (...) Se si fosse dimostrata esatta, essa sarebbe assurta al rango di una delle più grandi idee del secolo, anzi dell'intera epoca scientifica.
Continua su PerformanceTrading

JAK Bank

In Svezia un modello di banca cooperativa che non adotta il sistema dei tassi di interesse.
Da Report

domenica 24 agosto 2008

Il licenziamento del ferroviere che ha parlato deve essere revocato

di Domenico d’Amati
Articolo21

Due moderni treni delle nostre ferrovie si sono spezzati in due, uno dopo l’altro, nel giro di una settimana, in circostanze e con modalità analoghe. Un dipendente dell’azienda ha detto ciò che la generalità degli utenti si è ritenuta autorizzata a pensare, vale a dire che ci deve essere stato un difetto di manutenzione. E’ stato prontamente licenziato dopo avere subito un procedimento disciplinare, con l’addebito di avere leso l’immagine dell’azienda con affermazioni non veritiere. Secondo le Ferrovie si sarebbe trattato di errori del personale o di difetti di fabbricazione improvvisamente emersi. A parte l’ovvia considerazione che le giustificazioni addotte dai dirigenti dell’azienda, anche se risultassero fondate, non varrebbero ad esonerarli dalle loro responsabilità per questo singolare spezzatino, questo episodio è valso a spiegare, con un esempio molto concreto, perché la prevenzione degli infortuni sul lavoro, nonostante i rituali proclami in occasione dei funerali delle vittime, nel nostro paese non funziona. Continua su Articolo21

venerdì 15 agosto 2008

mercoledì 6 agosto 2008

Il caso ESSIAC

La vicenda legata all'Essiac, una tisana tramandata dagli Indiani d'America ad un'infermiera, é certamente il caso che ha fatto discutere il maggior numero di persone sull'argomento delle terapie alternative contro il cancro...continua su Kancropoli

lunedì 4 agosto 2008

Smantellare la scuola pubblica italiana

Un ottimo articolo di Gennaro Carotenuto da Giornalismo Partecipativo

lunedì 14 luglio 2008

Critico chi voglio. E la gente applaude

lettera di Sabina Guzzanti al Corsera

Caro Direttore, per tutti quelli scioccati dalla stampa di questi giorni, voglio rassicurare: non siete impazziti e non sono nemmeno impazziti i giornali. La questione è molto semplice, questo sistema fradicio e corrotto vede nell'eliminazione del dissenso l'unica possibilità di salvezza. Scrive Filippo Ceccarelli su Repubblica in relazione al mio intervento a piazza Navona: «Nulla del genere si era mai visto e ascoltato a memoria di osservatore». Questa cosa, Ceccarelli, si chiama libertà. Non hai mai visto una persona che chiama le cose col suo nome, anche quelle di cui tutti convengono sia assolutamente vietato parlare, come l'ingerenza inaccettabile del Vaticano nella vita politica del Paese e nelle vite private dei cittadini italiani. Caro Ceccarelli, hai fatto un'esperienza straordinaria. Col tempo apprezzerai la fortuna di esserti trovato lì l'8 luglio.

Quello che hanno visto i presenti e gli utenti di internet è una piazza ricolma di gente, che è stata in piedi per tre ore ad ascoltare e ad applaudire entusiasta. Gli interventi più criticati dai media sono quelli che hanno avuto indiscutibilmente più successo. Nel mio intervento, al contrario di quello che tanti bugiardoni hanno scritto, gli applausi più forti sono stati sulle critiche alla politica del Vaticano e le frasi più forti fra quelle sono state applaudite ancora di più.

Questa manifestazione è stata il giorno dopo descritta come un fallimento, un errore, un autogol. Stampa e tv hanno tirato fuori il manganello e con i mezzi della diffamazione, della menzogna e dell'insulto stanno cercando di scoraggiare chi ha partecipato, a continuare. Alcune ovvie piccole verità: — A sinistra si lamentano del fallimento della manifestazione quando l'unico elemento di insuccesso è costituito dai loro stessi interventi. Se non avessero parlato in tanti di insuccesso a dispetto dei fatti, la manifestazione sarebbe stata percepita per quello che è stata: un successone. — Berlusconi e i suoi sono furiosi per quanto è accaduto e il sondaggio che direbbe che Berlusconi ci ha guadagnato lo ha visto solo Berlusconi.

Quello che dice potrebbe non essere vero. — L'intenzione di espellere Di Pietro era già evidente da parte del Pd e non è per me e Grillo che i due si sono separati. Pare che Veltroni gli preferisca Casini. Non è una battuta. — Le parlamentari che hanno difeso la Carfagna sostenendo che io in quanto donna non posso attaccare un'altra donna, insultando me sono cadute in contraddizione. — Pari opportunità e Carfagna sono due concetti incompatibili come Previti e giustizia. — È falso che non si possa criticare il presidente della Repubblica. Si può e ci sono buone ragioni per farlo ad esempio impugnando il parere dei cento costituzionalisti sul Lodo Alfano. — È falso che non si possa criticare e attaccare il Papa. Si può e ci sono buone ragioni per farlo.

Ho letto un po' dappertutto che il Papa sarebbe una figura super partes. Super partes non è uno che si schiera con tutte le sue forze su ogni tema, dalla scuola ai candidati alle elezioni, alla moda e alla cucina, con interventi spesso molto al di sotto delle parti, cosa su cui anche la Littizzetto, esimia collega, ha efficacemente ironizzato. — La reazione furibonda di tutto il mondo politico alle parole di alcuni liberi pensatori, dimostra che gli interventi fatti sono stati importanti ed efficaci. La repressione dei media rivela la debolezza politica di una classe dirigente che in entrambi i poli è nata a tavolino. Gli unici elementi che hanno una oggettiva radice popolare e sono rappresentati in Parlamento allo stato attuale, sono Lega e Di Pietro.

E crescono. Berlusconi e Pd calano vertiginosamente. — C'è un partito finto, il Pd, nato senza idee, tranne quella di fondere due partiti per ingrandirsi con lo stesso criterio con cui si accorpano le banche per essere più forti. Questo partito votato controvoglia dalla maggioranza dei suoi elettori si è rivelato fin dai primi passi un soggetto politico artificiale, che somiglia più a un «corpo diplomatico» che altro. Molti dei vip che lo hanno sostenuto ora sono colti da attacchi isterici constatando che non sta in piedi. Dall'altra parte ci sono delle idee che vogliono essere rappresentate e discusse. Idee davvero alternative a quelle del centrodestra. La qual cosa, nel momento in cui si cerca di costruire un'alternativa, ha la sua porca importanza e fa sì che queste idee vengano considerate oggettivamente interessanti dall'opinione pubblica.

Per quanto riguarda l'annosa questione: «Può un comico fare politica?», si tratta anche qui di una domanda che non esiste in natura. È ovvio e tutti sanno che chiunque parli a un pubblico fa politica. È ovvio che la politica in una democrazia la fanno tutti. Ma la vera domanda che si pone è: può un comico ottenere molto più consenso politico di un politico? Può il discorso di un comico essere molto più politico di quello di un politico? I fatti dicono di sì e tocca abbozzare. Potete anche continuare a menare le mani, ma sarebbe meglio fare uno sforzo di comprensione. D'altra parte parlo per me ma credo anche a nome degli altri, le nostre idee sono lì e si possono usare gratuitamente. Approfittatene.

http://www.corriere.it/politica/08_luglio_11/critico_chi_voglio_la_gente_applaude_2c148936-4efa-11dd-932f-00144f02aabc.shtml

sabato 12 luglio 2008

I MAGISTRATI? CI PENSA TELECOM!

di Rita Pennarola
La Voce delle Voci

Un Grande Fratello si aggira negli uffici Giudiziari italiani, un occhio “remoto” ma sempre acceso su indagini, procedimenti, intercettazioni, verbali resi da collaboratori di giustizia, fallimenti e tutta l'enorme massa di notizie sensibili contenute nei computer di Procure e Tribunali dell'Italia intera. Non si tratta, stavolta, di accesso clandestino ad atti riservati ma, al contrario, dell'affidamento “legale”, voluto dal Ministero della Giustizia, del controllo informatico su tutti gli uffici giudiziari della penisola ad un affidatario, un colosso tuttora sotto accusa per aver realizzato una rete illegale di spionaggio al servizio degli 007 deviati e di chi li manovrava.Avete capito bene. Tutto vero. E cominciamo con ordine, perche' le conseguenze del nuovo sistema di controllo sui magistrati, rimaste finora nell'ombra, stanno gia' avendo conseguenze di incalcolabile portata ed ancor piu' gravide di pericoli - secondo gli esperti - saranno in un futuro assai prossimo...

Leggi l'articolo su La voce delle voci

domenica 29 giugno 2008

Chi se ne fotte

Sergio Baratto
Il primo amore

Riassunto delle puntate precedenti.

Alla maggioranza dei cittadini non interessano che due (*) cose: che caccino gli stranieri dal sacro suolo e che taglino le tasse.Di tutto il resto – militarizzazione del territorio, smantellamento dell'impianto laico dello Stato, morti sul lavoro, erosione dei diritti dei lavoratori, stato d'eccezione permanente, asservimento dell'informazione, asservimento della magistratura, leggi ad personam, leggi xenofobe, perversione giuridica del concetto di reato (è cominciata una sinistra mutazione semantica: il "crimine" tende a non denotare più un atto, bensì uno stato; come dimostra in maniera tragica il caso dei Rom, criminali non si sarà più per ciò che si fa, ma per ciò che si è), repressione del (residuale) dissenso, involuzione autoritaria dello stato e della società – chi se ne fotte?Anzi no: "Chi se ne fotte", senza punto interrogativo. Non è una domanda, è un'asserzione.
Continua su IlPrimoAmore

La bancarotta dei contadini

GIAMPAOLO VISETTI
Repubblica

La fattoria dell' Europa porta al mercato il suo ultimo prodotto: i suicidi. Tra Cremona, Brescia, Mantova e Reggio nell' Emilia, in due anni, sono aumentati del 32 per cento. Disprezzata e infine ignorata, corrosa dalle crisi, l' agricoltura italiana espelle la scoria estrema: gli uomini. La condanna si consuma mentre la domanda di cibo, ed i prezzi, esplodono. Troppo tardi. Nelle cascine si cercano braccia, ma non ci sono più nemmeno le teste. I vecchi tornano con gli occhi agli anni Cinquanta, spartiacque tragico della fuga dalle campagne. Il granista Doriano Zanchi, 36 anni, è stato trovato nella corte due giorni fa. Ha avviato il trattore. Poi si è seduto davanti, contro il porticato. Nelle golene, lungo il Po, sono i pioppi a proteggere chi, ricontrollato l' estratto conto, si affida a certi rami leggeri. Un invisibile, drammatico passaggio storico sta spazzando via chi si è ostinato ad aggrapparsi alla terra: la contro-rivoluzione dell' agricoltura virtuale, fondata su aziende senza contadini e su prodotti senza valore. Se anche la Baviera italiana liquida silenziosamente la sua anima, significa che il processo è irreversibile.
Continua qui

domenica 22 giugno 2008

Armi improprie

Lo stupro è stato classificato come “arma di guerra” e, in quanto tale, condannato dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Il commento, divertentissimo, di Ballardini in questo articolo su Macchianera

sabato 21 giugno 2008

Coke?

Da una precisa posizione, una figura opportunamente disegnata crea nell'osservatore l'illusione della profondità.
Tale effetto è detto anamorfismo: "Anamorphic illusions drawn in a special distortion in order to create an impression of 3 dimensions when seen from one particular viewpoint."

Julian Beever e Kurt Wenner sono due artisti specializzati in questa tecnica. I risultati sono, a mio parere, strabilianti.

Il morso del Caimano

Curzio Maltese
Repubblica

È un po' ingenuo, anzi molto, stupirsi che Berlusconi sia tornato Caimano. Se esiste una persona fedele a se stessa, oltre ogni umana tentazione di dubbio o di noia, questa è il Cavaliere. Era così già molto prima della discesa in politica, con la sua naturale carica eversiva, il paternalismo autoritario, l'amore per la scorciatoia demagogica e il disprezzo irridente per ogni contropotere democratico, a cominciare dalla magistratura e dal giornalismo indipendenti, l'insofferenza per le regole costituzionali, appresa alla scuola della P2. Il problema non è mai stato quanto e come possa cambiare Berlusconi, che non cambia mai. Piuttosto quanto e come è cambiata l'Italia, che in questi quindici anni è cambiata moltissimo. In parte grazie all'enorme potere mediatico del premier. Ogni volta che Berlusconi ha conquistato Palazzo Chigi ha provato a forzare l'assetto costituzionale e per prima cosa ha attaccato con violenza la magistratura. Lo ha fatto nel 1994 con il decreto Biondi, primo atto di governo; nel 2001, quando i decreti d'urgenza sulla giustizia furono presentati prima ancora di ricevere la fiducia; e oggi. Con una escalation di violenza nei toni e, ancor di più, nei contenuti dei provvedimenti.

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Anche se è uno Zombie Innocuo, la “Class Action” all’Italiana fa Paura a Confindustria

Un ottimo articolo su Mentecritica

mercoledì 18 giugno 2008

Impariamo dalle api

MARIO RIGONI STERN

la Stampa.it

I vecchi e fedeli lettori di questo nostro giornale si ricorderanno bene di quanto scrivevo delle mie api; la prima volta fu nell’aprile del 1977 e, a guardarsi le spalle, sono passati più di trent’anni. Non sono pochi.

Ricordo anche quel ragazzo che ero ottant’anni fa quando le osservavo sui prati e attorno alle arnie del signor Augusto. Ricordo anche che in Russia, durante quel brutto inverno del 1942, era a noi manna quel poco miele che qualche volta trovavamo nelle povere isbe. Fu poi verso la pensione, non poco stanco dell’ufficio del catasto e un po’ per insufficienza di interessi, che mi riprese l’antica passione. E da tre fratelli apicoltori comprai due arnie.

Fu davvero una buonissima cosa e presi a scriver per i miei lettori le esperienze dilettantesche sulle api, e a leggere quanto mi capitava in proposito di insetti sociali. Dal Piemonte e dalla Liguria i lettori mi scrivevano facendo utili osservazioni o chiedendo pareri. Insomma ci scambiavamo le nostre esperienze. Con le api e con i lettori ci fu un ottimo rapporto. Ricordo che nel primo anno raccolsi una trentina di chili di miele molto buono e mezzo chilo di cera. Era miele di tarassaco, di timo serpillo e di tiglio; la cera era molto profumata.

Via via con gli anni, con lo studio e l’osservazione e la pratica e, naturalmente con le sciamature, aumentai le arnie e la produzione. Non si trattava solamente di raccogliere il miele che le api producevano, ma anche segnare sul diario le date, il tempo, la fioritura, le sciamature, le smielature e da dove presumevo venissero i raccolti. Avevo miele da radure di erica, dal bosco, dalla montagna sovrastante; polline da crochi e da saliconi. Era bello seguire i loro voli e con il compasso, prendendo come centro le mie arnie, segnavo il territorio a cerchi per capire i luoghi di raccolta, fu una bella esperienza.

Il miele che ricavavo in più lo regalavo a parenti e amici, la cera la usavo per rendere più veloci i miei sci e per i mobili di casa; la davo anche a un amico ex campione olimpionico che la usava per fabbricare famose scioline per il fondo. Dalle pareti delle arnie, dal tettuccio e dai favi raccoglievo la propoli che è quella resina arricchita da sostanze elaborate dalle api per mummificare insetti estranei o nocivi dentro l’arnia, o per chiudere le fessure, fissare i telaini; io la uso per medicare ferite o scottature, è preziosa come medicamento e d’inverno io la brucio sulla brace per purificare l’aria della casa. Quando nella tarda primavera dentro l’arnia c’erano celle reali in più succhiavo la pappa reale. Dicono che fa bene ai vecchi e che mantiene giovani. Ha un sapore acidulo ma non sgradevole. Sapore di vita? Forse.

Miele, cera, propoli, pappa reale, polline questo mi davano le mie api e da trent’anni la mia colazione mattutina è latte da vacche al pascolo, pane e miele. Ora, per ragioni di età, ho dovuto smettere di fare l’apicoltore dilettante e ho donato le api, arnie, attrezzature varie, a un appassionato con poche possibilità economiche. Ho conservato il cappello, la cera e la propoli. Seguo l’andamento stagionale dell’apicoltura e mi scelgo i mieli.

È di questi giorni un allarme dell’Unione Nazionale Apicoltori. Dicono che l’apicoltura è in una grave crisi, che la produzione del miele quest’anno è calata del 20-50% e che gli stessi consumi sono diminuiti. Peccato; forse le monocolture estese e la lavorazione meccanica del terreno avranno certamente influito sulla flora mellifera: una fioritura simultanea e poi nulla non è favorevole; anche la stagione non è quest’anno come le precedenti: caldo, siccità, grandinate anche alle api portano carestia. Può capitare ogni tanto una stagione no. Ora sono, siamo, condizionati più che in passato dall’ambiente e dal clima ormai compromessi dall’attività dell’uomo; questo animale che si crede onnipotente e interviene pesantemente a consumare natura, che non è inesauribile.

Per l’allarme di questa stagione insolita ho telefonato a quattro apicoltori per sentire le loro opinioni. Tre, per tradizioni di famiglia, vivono di questo lavoro, il quarto è proprietario di centinaia di arnie che nel tempo dell’anno pratica il nomadismo dalla Calabria alle Alpi. Sì, hanno i loro problemi ma nessuno è catastrofico. Sono del parere che per conservare le api in buona salute ci vogliano cure, attenzione al clima, alle fioriture e nello scegliere buone regine. Oggi le migliori vengono dalla Germania dove si selezionano ceppi che provengono dalla Siberia meridionale e dalle repubbliche dell’Asia centrale; assicurano che sono più resistenti alle malattie.

Mi considero un dilettante ma quando c’era siccità tenevo a loro disposizione acqua pura e fresca; se non c’era raccolto di nettare o polline le aiutavo con miele e polline che avevo messo da parte nel tempo dell’abbondanza e nell’autunno le proteggevo dal freddo con opportuni ripari, lasciando sufficiente nutrimento fino a primavera.

http://www.lastampa.it/_web/cmstp/tmplRubriche/editoriali/gEditoriali.asp?ID_blog=25&ID_articolo=3355&ID_sezione=&sezione=

domenica 15 giugno 2008

Un messaggio dell'imperatore

Franz Kafka
1917

L’imperatore – così si racconta – ha inviato a te, a un singolo, a un misero suddito, minima ombra sperduta nella più lontana delle lontananze dal sole imperiale, proprio a te l’imperatore ha inviato un messaggio dal suo letto di morte.

Ha fatto inginocchiare il messaggero al letto, sussurrandogli il messaggio all’orecchio; e gli premeva tanto che se l’è fatto ripetere all’orecchio. Con un cenno del capo ha confermato l’esattezza di quel che gli veniva detto. E dinanzi a tutti coloro che assistevano alla sua morte (tutte le pareti che lo impediscono vengono abbattute e sugli scaloni che si levano alti ed ampi son disposti in cerchio i grandi del regno) dinanzi a tutti loro ha congedato il messaggero.

Questi s’è messo subito in moto; è un uomo robusto, instancabile; manovrando or con l’uno or con l’altro braccio si fa strada nella folla; se lo si ostacola, accenna al petto su cui è segnato il sole, e procede così più facilmente di chiunque altro. Ma la folla è così enorme; e le sue dimore non hanno fine.

Se avesse via libera, all’aperto, come volerebbe! e presto ascolteresti i magnifici colpi della sua mano alla tua porta. Ma invece come si stanca inutilmente! ancora cerca di farsi strada nelle stanze del palazzo più interno; non riuscirà mai a superarle; e anche se gli riuscisse non si sarebbe a nulla; dovrebbe aprirsi un varco scendendo tutte le scale; e anche se gli riuscisse, non si sarebbe a nulla: c’è ancora da attraversare tutti i cortili; e dietro a loro il secondo palazzo e così via per millenni; e anche se riuscisse a precipitarsi fuori dell’ultima porta – ma questo mai e poi mai potrà avvenire – c’è tutta la città imperiale davanti a lui, il centro del mondo, ripieno di tutti i suoi rifiuti. Nessuno riesce a passare di lì e tanto meno col messaggio di un morto.

Ma tu stai alla finestra e ne sogni, quando giunge la sera.

sabato 14 giugno 2008

La mafia ha ucciso Rostagno

Davide Varì
Liberazione

La notizia, attesa da vent'anni, è di quelle che ti fanno riappacificare con la giustizia: «Gli assassini di Mauro Rostagno saranno chiamati a difendersi nei prossimi mesi di fronte alla Corte di Assise di Trapani». A rivelarlo è Enrico Deaglio con un'ampia inchiesta pubblicata sull'ultimo numero di Diario, numero da oggi in edicola. Il merito va ad Antonio Igroia, il magistrato palermitano che non ha mai mollato la presa e, dopo dodici anni di inchiesta, ha chiesto il rinvio a giudizio per Vincenzo Virga organizzatore dell'agguato al giornalista torinese che, pare, fu commissionato da Totò Riina in persona.

Sembra proprio che questa volta il Pm Ingroia, abbia una prova definitiva, «una prova decisiva» grazie alla quale si farà finalmente luce su una vicenda caratterizzata da depistaggi, veleni e manovre oscure. Una vicenda simbolo di quella fitta rete di misteri che caratterizza il nostro Paese.Ma andiamo con ordine, partiamo da quel 26 settembre del 1988, la notte in cui Mauro Rostagno fu assassinato con quattro colpi di fucile calibro 12 e due colpi di pistola calibro 38 special.Da quel giorno in poi l'indagine si mosse in tutte le direzione tranne che in quella del delitto di mafia. Tranne che nel sentiero oscuro e insanguinato di Cosa nostra. Del resto Rostagno era diventato un vero "rompicoglioni". Si era messo in testa di fare il giornalista e lo fece come una missione: «Ho scelto di non fare televisione seduto dietro a una scrivania - scriveva al suo vecchio compagno Renato Curcio - ma in mezzo alla gente, con un microfono in pugno mentre i fatti succedono».

E fu quel suo vizio, il vizio di spulciare tra le pieghe di quella Sicilia martoriata dalla mafia, la sua condanna a morte. La storia di Rostagno è nota, e nel suo lungo articolo Enrico Deaglio la ripercorre tutta. Mauro Rostagno, finito il suo tormentato pellegrinaggio intellettuale e spirituale - dalla facoltà di Sociologia di Trento al viaggio in India - nel 1987 approda in Sicilia dove fonda la comunità Saman per tossicodipendenti e alcolisti. Insieme a lui Chicca Roveri, sua moglie, e quel Francesco Cardella che aveva conosciuto in India.«In quello stesso anno - racconta ancora Deaglio - Mauro entra per la prima volta negli studi televisivi di Rtc, una piccola emittente privata». Nel giro di un anno diventa il personaggio televisivo più noto in città.

Questa la giornata tipo del Rostagno giornalista: «Otto di mattina, lettura dei giornali; poi primo giro con le telecamere: si fa il giro per raccontare i cumuli dei rifiuti che non vengono raccolti. Si da notizia delle denunce dei cittadini e delle inchieste: dalla scoperta delle logge massoniche, alle malversazioni amministrative. Infine si intervistano i magistrati più impegnati, per esempio Paolo Borsellino, procuratore di Marsala». Una presa diretta su Trapani che infastidiva, faceva schiumare rabbia a tutti coloro che agivano nell'ombra e che non avevano certo bisogno di una telecamera sguinzagliata tra le procure e tra i vicoli più bui della città. «Quarchi vota ch'attapanu 'u musu», prima o poi gli tappano la bocca, ripetevano consapevoli i più avvertiti. Nel 1988 arriva il giorno dello scoop: con una piccola telecamera si piazza dietro le piste di decollo e atterraggio di Kinisia (ex aeroporto militare poco lontano da Marsala).

«Alla luce del tramonto - racconta Deaglio - filma un C130 dell'Aeronautica italiana che scarica casse di medicinali e carica casse di armi dirette in Somalia. E' convinto di aver raggiunto un grande tassello all'ipotesi che da Trapani mafia e servizi segreti gestiscano un traffico di armi e droga». Va a Palermo per informare Giovanni Falcone e cerca contatti anche con il Pci. Sa bene che quella che ha in mano è roba che scotta.In quei giorni Angelo Siino, fiduciario di Cosa Nostra, sa già che contro Rostagno c'è una condanna a morte. E allora va dal proprietario della Tv consigliandogli di farlo smettere: "Ho cercato di non farlo uccidere", confiderà in seguito a un magistrato.«Alla fine cosa nostra - continua Deaglio nel suo lungo articolo inchiesta - commissiona l'omicidio di Rostagno al capomafia di Trapani Vincenzo Virga.

La data prescelta è il 26 settembre. Alle 21 è già buio e ancora più buio è il tratto di strada sterrata che Rostagno deve percorrere alla guida della sua Fiat Duna. Accanto a lui c'è Monica Serra una ragazza della comunità che lavora con lui a Rtc. Nel frattempo un tecnico Enel, Vincenzo Mastrantonio, che di secondo lavoro svolge l'attività di autista del capomafia Virga, ha provveduto a spegnere l'illuminazione della zona».E' il momento dell'agguato: una Fiat Uno tampona l'automobile di Rostagno. I killer iniziano a sparare. Rostagno è colpito da otto colpi in testa e alla schiena. All'obitorio di Trapani, dove giace il cadavere martoriato, i carabinieri diffondono la notizia che in macchina Mauro aveva un rotolo di dollari e due siringhe di eroina.Di certo c'è solo che qualche tempo dopo Vincenzo Mastrantonio viene trovato cadavere nelle campagne di Lenzi. «Parlava troppo».

Nel 1996 accade quello che nessuno si aspettava: «Il procuratore di Trapani Gianfranco Garofalo convoca, gioisco e spavaldo una conferenza stampa per annunciare la soluzione del "caso Rostagno". Il delitto, secondo la sua inchiesta, è maturato dentro la comunità Saman per gelosie, adulteri, traffico di droga e ammanchi finanziari». Quindi manda in galera la moglie Chicca Roveri, accusata di essere l'organizzatrice del delitto, e Monica Serra, la ragazza scampata all'agguato sarebbe infatti una complice. Poi l'annuncio finale: «Bisognava capirlo dall'inizio - dichiara il procuratore Garofalo - Si doveva poter escludere il coinvolgimento di Cosa nostra che del delitto non voleva e soprattutto non doveva essere gratuitamente incolpata».

Le ipotesi del Pm crollano però in breve tempo. Nel frattempo pentiti affidabili e di primo piano, tra questi un "certo" Giovanni Brusca, attribuiscono alla mafia l'organizzazione del delitto.Le carte arrivano infine ad Antonio Ingroia. Dopo dieci anni di indagini il Pm siciliano riesce a trovare la prova definitiva. La traccia è in un bossolo esploso la notte del 26 settembre del 1988. Un segno inequivocabile: quel colpo è stato esploso da una pistola di mafia.

Di chi è la colpa?

di Marco Cedolin
da Il corrosivo


La strage sul lavoro accaduta a Mineo, costata la vita a 6 operai, fa il paio con il rogo della Thyssenkrupp di pochi mesi fa, mesi costellati da uno stillicidio praticamente continuo di lavoratori che hanno perso la vita, uccisi non si comprende bene da cosa e da chi. Il Presidente Napolitano ha espresso cordoglio, i sindacati hanno espresso cordoglio, il circo equestre della politica ha espresso cordoglio, gli imprenditori hanno espresso cordoglio, gli intellettuali hanno espresso cordoglio, i giornalisti hanno espresso cordoglio, i magistrati hanno indagato 7 persone fra cui il sindaco di Mineo e 4 assessori della sua giunta.

Tutti, tranne i magistrati che stanno provando a fare il proprio dovere, hanno affermato che tragedie come questa non devono accadere mai più, ma perché questo possa avvenire sarebbe logico domandarsi di chi è la colpa della vera e propria ondata di morti sul lavoro (e a causa del lavoro) che ha investito la UE, arrivando a determinare un decesso ogni 3 minuti e mezzo e quali siano le contromisure da mettere in atto per ridimensionare il fenomeno. E’ colpa degli imprenditori che rosicchiano profitto a spese della sicurezza dei lavoratori? E’ colpa dei sindacati, sempre più vicini ai banchetti di Confindustria, che i lavoratori non riescono a difenderli? E’ colpa della politica, sempre più appiattita sui grandi interessi economici, che non riesce ad elaborare un’adeguata normativa sulla sicurezza del lavoro? E’ colpa dei lavoratori stessi che per pigrizia non mettono il casco, come ha affermato dalla CGIL nel corso di un’indagine concernente un proprio cantiere? E’ colpa degli organismi preposti al controllo che in realtà non controllano un bel nulla?

Quasi tutti questi soggetti e molti altri ancora, fra quelli che ad ogni strage esprimono cordoglio, hanno senza dubbio molte pesanti responsabilità, ma non si tratta solamente di colpe specifiche, bensì soprattutto della colpa collettiva di avere contribuito a costruire un “mondo del lavoro” come quello di oggi. Tutti coloro che esprimono cordoglio e promettono “mai più!” hanno sponsorizzato e continuano a sponsorizzare la precarietà che comportando la presenza, anche in mestieri pericolosi, di personale scarsamente formato e privo di esperienza specifica determina un incremento esponenziale del rischio d’incidenti. Tutti costoro continuano a portare avanti una battaglia senza senso, finalizzata ad aumentare gli orari di lavoro e favorire la pratica degli straordinari, ben sapendo che l’eccessiva stanchezza e il conseguente rallentamento dei riflessi sono all’origine di molte fra le morti sul lavoro.

Tutti costoro hanno fatto della competizione sfrenata e della produttività esasperata la loro bandiera, nonostante all’interno di questi atteggiamenti si celino insidie potenzialmente esplosive per chi lavora in preda alla frenesia. Tutti costoro hanno coccolato e stanno coccolando sempre più un “mercato del lavoro” imperniato sull’esclusione, dove il lavoratore letteralmente terrorizzato dalla prospettiva di ritrovarsi disoccupato, è indotto con la forza del ricatto ad accettare qualunque condizione disagiata e pericolosa, anche la più estrema, e sono proprio queste condizioni a determinare una larga parte degli incidenti.

Il cordoglio non basta, così come non basta dire “mai più!” se una volta esaurite le frasi di circostanza e la dose giornaliera d’ipocrisia, ognuno di questi soggetti continuerà a prodigarsi, come ha fatto fino ad oggi, per costruire un mondo del lavoro sempre più simile ad una giungla, una giungla dove si muore facilmente, senza sapere chi ti sta ammazzando.

venerdì 6 giugno 2008

L'estetica di Superciuk

di Franco Ricciardiello

Carmilla

La semplificazione non è una scorciatoia per rappresentare un’idea in maniera sintetica: è un processo di riduzione che elimina tutte le sfumature, per arrivare a un contrasto bianco/nero, uno/zero, inutile per una vera comprensione. La semplificazione riduce la capacità di pensiero. Per tentare una comprensione del mondo, la complessità è indispensabile: abbiamo bisogno di una mappa efficace per descrivere un territorio di complicazione tale da risultare irriducibile. La semplificazione imbarbarisce il senso estetico, la percezione della complessità invece ne favorisce lo sviluppo.
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L'infiltrato speciale

di Andrea Cinquegrani e Rita Pennarola

Lavocedellevoci.it

Quando la notizia venne battuta per la prima volta dalle agenzie, non pochi addetti ai lavori stavano per saltare sulla sedia: lui, Renato Farina, l'agente Betulla dei servizi segreti militari, sarebbe stato candidato alla Camera col Popolo delle Liberta' di Silvio Berlusconi. Non pochi sono andati a rileggersi le motivazioni con cui Farina il 29 marzo 2007 era stato radiato dall'Ordine dei giornalisti: «Il comportamento di Farina - si legge nel provvedimento - resta incompatibile con tutte le norme deontologiche della professione giornalistica ed ha provocato un gravissimo discredito per l'intera categoria. E non solo in relazione alla vicenda Abu Omar e ai rapporti con Pio Pompa. E' Farina che, nelle sue difese, rivela e rivendica un ruolo in una trattativa con Milosevic, ruolo che autorevoli membri del governo dell'epoca negano abbia mai avuto. E' Farina che fa riferimento a suoi rapporti con un servizio ultrasegreto statunitense (una Cia parallela agli ordini diretti di Condoleezza Rice). E' Farina che dichiara ai magistrati di aver accettato dai servizi all'incirca 30 mila euro». Oggi l'onorevole Renato Farina siede in Parlamento. Per la precisione, e' membro della commissione Cultura, Scienza e Istruzione, nonche' della commissione Agricoltura. Ed impartisce lezioni di correttezza istituzionale a deputati di lungo corso..
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mercoledì 28 maggio 2008

Feste de l’Unità, il nome è tutto

Antonio Padellaro
l'Unità

Le Feste dell’Unità sono le Feste dell’Unità e non basterebbe una intera biblioteca per raccontare, spiegare, esprimere la quantità di sentimenti, di passioni, di valori che questo nome suscita. Ma dire « Festa dell’Unità » è andare oltre il puro significato identitario o politico. È quella cosa li, e non c’è bisogno di aggiungere altro.

Festa dell’Unità è la cosa e il luogo. Anzi, è stato scritto non un luogo fisico ma una dimensione dell’essere. Un nome che definisce se stesso, come avviene per tutti i marchi universalmente riconoscibili, evocativi, e che nessuno si sognerebbe di cambiare.Per questo siamo sicuri di avere mal compreso le indiscrezioni che parlano di un addio alla «Festa dell’Unità», a partire dalla prossima edizione nazionale di Firenze. Ci viene spiegato che il nuovo logo (si parla di «Festa Democratica») e la conseguenza della nascita di un nuovo partito, il Pd, nel quale convivono storie politiche diverse e non più riconducibili ai vecchi ceppi.Siamo altresì convinti che si troverà il modo giusto per far convivere questo e quello, il nuovo e l’antico evitando di cancellare qualcosa che resta comunque nel cuore di milioni di persone.

Lo diciamo sul giornale che si onora di avere dato il nome alle Feste dell’Unità. Ricordando una frase, se non sbagliamo, di Elias Canetti. Che dare un nome alle cose è la più grande e seria consolazione concessa agli umani.

http://www.unita.it/view.asp?IDcontent=75746

domenica 25 maggio 2008

Perché non s'investe nell'energia solare

di Ettore Cardoni
Megachip

In una recente intervista, Carlo Rubbia (premio Nobel per la fisica, ...proprio come Scajola...) ha dichiarato: "Il petrolio e gli altri combustibili fossili sono in via di esaurimento, ma anche l'uranio è destinato a scarseggiare entro 35-40 anni. Non possiamo continuare perciò a elaborare piani energetici sulla base di previsioni sbagliate che rischiano di portarci fuori strada. Dobbiamo sviluppare la più importante fonte energetica che la natura mette da sempre a nostra disposizione, senza limiti, a costo zero: e cioè il sole che ogni giorno illumina e riscalda la terra".
"Quando è stato costruito l'ultimo reattore in America? Nel 1979, trent'anni fa! Quanto conta il nucleare nella produzione energetica francese? Circa il 20 per cento. Ma i costi altissimi dei loro 59 reattori sono stati sostenuti di fatto dallo Stato per mantenere l'arsenale atomico.

Ricordiamoci che per costruire una centrale nucleare occorrono 8-10 anni di lavoro che la tecnologia proposta si basa su un combustibile, l'uranio appunto, di durata limitata. Poi resta, in tutto il mondo, il problema delle scorie". "Non esiste un nucleare sicuro. O a bassa produzione di scorie. Esiste un calcolo delle probabilità, per cui ogni cento anni un incidente nucleare è possibile: e questo evidentemente aumenta con il numero delle centrali." "Il carbone è la fonte energetica più inquinante, più pericolosa per la salute dell'umanità. Ma non si risolve il problema nascondendo l'anidride carbonica sotto terra. In realtà nessuno dice quanto tempo debba restare, eppure la CO2 dura in media fino a 30 mila anni, contro i 22 mila del plutonio. No, il ritorno al carbone sarebbe drammatico, disastroso". "C'è un impianto per la produzione di energia solare, costruito nel deserto del Nevada su progetto spagnolo. Costa 200 milioni di dollari, produce 64 megawatt e per realizzarlo occorrono solo 18 mesi. Con 20 impianti di questo genere, si produce un terzo dell'elettricità di una centrale nucleare da un gigawatt. E i costi, oggi ancora elevati, si potranno ridurre considerevolmente quando verranno costruiti in gran quantità. Basti pensare che un ipotetico quadrato di specchi, lungo 200 chilometri per ogni lato, potrebbe produrre tutta l'energia necessaria all'intero pianeta. E un'area di queste dimensioni equivale appena allo 0,1 per cento delle zone desertiche del cosiddetto sun-belt. Per rifornire di elettricità un terzo dell'Italia, un'area equivalente a 15 centrali nucleari da un gigawatt, basterebbe un anello solare grande come il raccordo di Roma". "I nuovi impianti solari termodinamici a concentrazione catturano l'energia e la trattengono in speciali contenitori fino a quando serve. Poi, attraverso uno scambiatore di calore, si produce il vapore che muove le turbine. Né più né meno come una diga che, negli impianti idroelettrici, ferma l'acqua e al momento opportuno la rilascia per alimentare la corrente". Se è così semplice, perché allora non si fa? "Il sole non è soggetto ai monopoli. E non paga la bolletta. Mi creda questa è una grande opportunità per il nostro Paese: se non lo faremo noi, molto presto lo faranno gli americani, com'è accaduto del resto per il computer vent'anni fa".

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=6917

Così ho visto i poliziotti scatenati

da Repubblica

Dalla professoressa Elisa Di Guida, docente di storia e filosofia in un liceo di Napoli, riceviamo questa testimonianza suglia scontri di ieri sera a Chiaiano: "Io sono nata in quella zona - ci ha raccontato per telefono - ma non abito più lì da tempo. Però mi sento legata a quella gente e a questa brutta vicenda. Così ieri sera ero lì e ho visto cose terribili. Ho avuto la sensazione che tutto fosse preparato, che la polizia abbia caricato improvvisamente senza una ragione, una scintilla. Perciò ho deciso di provare a scrivere quello che avevo visto". Ecco il racconto della professoressa Di Guida "Datemi voce e spazio perché sui giornali di domani non si leggerà quello che è accaduto. Si leggerà che i manifestanti di Chiaiano sono entrati in contatto con la polizia. Ma io ero lì. E la storia è un'altra". "Alle 20 e 20 almeno 100 uomini, tra poliziotti, carabinieri e guardie di finanza hanno caricato la gente inerme. In prima fila non solo uomini, ma donne di ogni età e persone anziane. Cittadini tenaci ma civili - davanti agli occhi vedo ancora le loro mani alzate - che, nel tratto estremo di via Santa Maria a Cubito, presidiavano un incrocio. Tra le 19,05 e le 20,20 i due schieramenti si sono solo fronteggiati. Poi la polizia, in tenuta antisommossa, ha iniziato a caricare. La scena sembrava surreale: a guardarli dall'alto, i poliziotti sembravano solo procedere in avanti. Ma chi era per strada ne ha apprezzato la tecnica. Calci negli stinchi, colpi alle ginocchia con la parte estrema e bassa del manganello. I migliori strappavano orologi o braccialetti. Così, nel vano tentativo di recuperali, c'era chi abbassava le mani e veniva trascinato a terra per i polsi. La loro avanzata non ha risparmiato nessuno. Mi ha colpito soprattutto la violenza contro le donne: tantissime sono state spinte a terra, graffiate, strattonate. Dietro la plastica dei caschi, mi restano nella memoria gli occhi indifferenti, senza battiti di ciglia dei poliziotti. Quando sono scappata, più per la sorpresa che per la paura, trascinavano via due giovani uomini mentre tante donne erano sull'asfalto, livide di paura e rannicchiate. La gente urlava ma non rispondeva alla violenza, inveiva - invece - contro i giornalisti, al sicuro sul balcone di una pizzeria, impegnati nel fotografare".
"Chiusa ogni via di accesso, alle 21, le camionette erano già almeno venti. Ma la gente di Chiaiano non se ne era andata. Alle 21.30, oltre 1000 persone erano ancora in strada. La storia è questa. Datemi voce e spazio. Perché si sappia quello che è accaduto. Lo stato di polizia e l'atmosfera violenta di questa sera somigliano troppo a quelli dei regimi totalitaristi. Proprio quelli di cui racconto, con orrore, ai miei studenti durante le lezioni di storia".

Elisa Di Guida (docente di Storia e Filosofia - Napoli)
http://www.repubblica.it/2008/05/sezioni/cronaca/rifiuti-8/racconto-prof/racconto-prof.html

domenica 18 maggio 2008

Silvio e la Mela Avvelenata

di Fabio Greggio

da Movimento RadicalSocialista

La Destra che ha stravinto si è resa conto che non basta berlusconizzare il Paese. Una destra zeppa di ceffi passati in giudicato, di collusi con la mafia, di tangentisti riciclati, di pseudosocialisti condannati, di fascisti travestiti da statisti, di servitori del Padrone, ha bisogno della legittimazione. Non basta vincere, occorre una nuova verginità che nasce dalla legittimazione ottenuta dal responso elettorale strappata con un apparato massmediatico che non ha paragoni in nessun paese occidentale, con l'appoggio dei poteri forti, della piccola e media borghesia, con una Chiesa accondiscendente, con una sinistra radicale ormai fuori dalla storia e con quel che resta della sinistra, ormai plagiata dalla nuova ondata della destra neoconservatrice e normalizzata dal buonismo veltroniano.

Per la Destra berlusconiana è priorità la normalizzazione della politica attraverso la quale ottenere la legittimazione definitiva anche dalla sinistra, dopo quindici anni trascorsi fra veleni, denuncie, messe al bando, girotondi, scandali, obbrobri politici. Ora e solo ora, alla luce di una maggioranza schiacciante, la Destra offre la sua mela avvelenata al Veltronismo, unico rappresentante in pectore della Caporetto elettorale: collaborazione e comprensione, fino a ventilare un Governo Costituente pur di cancellare tutte le macchie di ogni singolo ceffo. La mela avvelenata non è solo questo, ma anche una reciproca messa al bando di quelle schegge impazzite, spesso nemmeno propriamente appartenenti alla sinistra, che continuano imperterrite il loro lavoro di denuncia e che non hanno capito che una legittimazione elettorale non può che dipingerli come tanti Don Chichotte, falsari, reazionari, pericolosi tomi, minaccia della democrazia popolare.

Alla richiesta implicita della Destra di legittimare posizioni come quella di Schifani, Dell'Utri, Previti, Berlusconi e di altri giannizzeri riciclati dopo Mani Pulite, si offre la possibilità di costruire un Paese normale. Un'operazione dalla quale non ci sarà ritorno, quasi un timbro definitivo sui trascorsi di questi figuri per la cui legittimazione la Destra è disposta a dialogare con l'ex Comunista Napolitano, a riconoscere il 25 aprile e il primo maggio attraverso le parole dell'ex neofascista Fini, a promettere battaglie contro l'evasione fiscale, tema tanto caro alla sinistra, a non toccare i tetti pensionistici, perfino a promettere di tassare i poteri forti come le Banche. Una specie di patto implicito sui temi tanto cari al Laburista de Noantri, Veltroni, cui, è risaputo, i vernissages e le operazioni di facciata sono sempre piaciute molto.

Ma la mela offerta dalla Destra è avvelenata per più di un motivo. E'avvelenata perché non è sicuro che dopo la legittimazione degli status degli uomini della destra seguano poi i fatti, perché troppe volte alle promesse del Capo sono seguiti ripensamenti e voltafaccia plateali al limite della decenza, perché lo scotto della Bicamerale è ancora caldo, perché sono anni che si va avanti a forza di "sono stato frainteso". Ma soprattutto perché non è menzionato il ganglio vitale del potere berlusconiano: i media. Nulla sul conflitto d'interessi, nulla sulla situazione anomala che a breve riporterà sei TV in mano a Berlusconi, nulla sullo strapotere editoriale del Presidente del Consiglio. Insomma una richiesta di legittimazione fatta con la clava mediatica in mano, quasi una gentile richiesta strappata a forza. In cambio la Destra non chiede solo la normalizzazione dell'anormalità, la legalizzazione delle illegalità, la collaborazione con istituzioni rappresentate da insostenibili figuri. Essa chiede anche la collaborazione a decapitare le teste calde che continuano, imperterrite a demolire le losche figure dell'universo berlusconiano: Travaglio, Grillo, Santoro, Di Pietro e altre figure minori che non si sono mai arrese alla singolare situazione italiana e ne denunciano continuamente l'insostenibilità democratica. La Sinistra pacioccona di Veltroni accetta. E i risultati iniziano a manifestarsi.
Travaglio, da sempre icona incontrastata dell'antiberlusconismo di tutte le sinistre, non è più difeso nelle sue arringhe accusatrici. Da Finocchiaro a D'Alema, da Fassino a tutta la melassa liberal-social-catto-democratica hanno condannato affermazioni che fino a ieri erano elenchi di fatti oggettivi sottoscritti da tutti. Con la sola esclusione di Di Pietro che, forte del suo 5%, diventa l'unico paladino del Centrosinistra nel perseguire anormalità, inciuci, denuncie di fatti paradossali per un Paese democratico occidentale.
Mentana organizza per Di Pietro, anzi, un'operazione che era fino a ieri tipicamente di Bruno Vespa: una trasmissione linciaggio dove lui per primo, con supporter insopportabili come Facci e Gasparri, metterà in pratica tutte quelle regole massmediatiche tipiche per demolire e ridicolizzare il malcapitato, il quale, infatti, mentre parla subisce: interruzioni continue, inquadrature di teste che scuotono la testa sconsolate, commenti ad alta voce degli altri ospiti cui non è stato chiuso il microfono, sospiri amplificati, sovrapposizioni di più voci indignate, incitazioni continue come "Basta!, Smettila!", inquadrature con mani giunte e occhi al cielo, servizi esplicativi sperticatamente di parte.

Insomma la Destra offre collaborazione, clima pacato e costruttivo, politiche care alla sinistra, decisioni costituenti, buon senso spalmato a piene mani, normalizzazione dei rapporti; in cambio chiede la colpevolizzazione definitiva dei ribelli e la legittimazione definitiva dei suoi quadri, a prescindere dalla loro storia giudiziaria, dalle loro posizioni di conflitti, dall'innalzamento a grado di "normale" per ceffi estremisti, neofascisti e perfino neonazisti. Ma non molla di un millimetro sulla supremazia nei mass media. Anzi non ne fa cenno, non ne parla più. Non si parla più della situazione illegale di Rete 4 ed Europa 7 che rischia di farci pagare penali salate, non si parla dell'obbrobrio televisivo, non si parla della supremazia insostenibile di uomini di destra nel mondo dell'informazione. Il patto prevede solo un reciproco scambio buon senso e alcuni favori. La Destra lascia intendere che rinuncia ad un Governo forte, quale sarebbe nelle cose qualora decidesse di far valere i numeri, in cambio di collaborazione. Collaborazione con Napolitano, Veltroni, perfino con i Sindacati. Schifani rimpiange perfino la sinistra che non è più in Parlamento e pensa ad operazioni di recupero.

Ma c'è chi vede sotto questa coltre di buonismo inaspettato ed insolito un tranello. Dopo la legittimazione, forti della nuova verginità che le sinistre non potrebbero più rimangiarsi, la Destra berlusconiana potrebbe, con un escamotage, rovesciare il tavolo delle trattative e urlare all'impossibilità di venire a patti con coloro che potrebbero tornare ad essere comunisti di sempre, mai cambianti dentro . Il che sarebbe l'anticamera ad un'azione di governo ben più forte, quasi obbligatoria perché con questa sinistra è inutile e impossibile collaborare. Doppio risultato alla fine: legittimazione non più sindacabile e l'obbligo di fare unilateralmente le riforme per il Paese perché non c'è collaborazione. Con i numeri schiaccianti, con la legittimazione in tasca, con la finta rabbia di dover governare da soli, con le teste dei ribelli nel canestro, con i media intatti, con un Paese in continua lobotomizzazione nelle informazioni, con i poteri forti tutti incondizionatamente a favore, con la sinistra radicale sparita.

Ci sarebbe davvero la possibilità di un regime destabilizzante, legittimato. La dittatura soffice La mela ormai sarebbe morsa. La mela sarebbe dentro di noi, ineluttabilmente avvelenata

sabato 17 maggio 2008

«Veggie Pride» e l'etica del cibo

Marinella Correggia
il Manifesto

da Come Don Chisciotte

Era il 2001 quando si svolse per la prima volta la «marcia dell'orgoglio vegetariano» a Parigi. Nel paese d'Oltralpe tuttora chi si nutre senza prodotti animali non di rado è preso in giro. In Italia il movimento vegetariano e vegan - da molto tempo diffusissimo nei paesi anglosassoni, e da millenni una caratteristica dell'India - è ormai «sdoganato»; non succede più, come nei decenni scorsi, di suscitare ilarità o condanna. Rimane però un certa incomprensione sulla ragione di fondo della scelta: il rispetto della vita degli animali. Così molti vegetariani e vegan preferiscono nascondere la motivazione empatica ed elencare quelle ormai diventate abbastanza consensuali, almeno in teoria: le emergenze ecologiche, la fame nel mondo, la salute, o il disgusto personale.
Continua qui

lunedì 12 maggio 2008

Gli straordinari giovani giudici dell'Honduras

di Gennaro Carotenuto
Giornalismo Partecipativo

Chissà come si può fare per accendere un po’ di luce sulla lotta della magistratura dell’Honduras, da 35 giorni in sciopero della fame contro la corruzione nel paese centroamericano. Un paese periferico, completamente fuori dall’interesse dei media, lottando contro un fenomeno considerato normale, ineluttabile, al quale è meglio adeguarsi, "ma tu non tieni famiglia?"
Più di un mese fa hanno cominciato quattro giovani magistrati nel Palazzo legislativo di Tegucigalpa.

Oggi hanno l’appoggio di migliaia di persone. Hanno chiesto che il procuratore generale, Leónidas Rosa, e il suo vice, Omar Cerna, fossero rimossi dal loro incarico. Sono i vertici di un potere giudiziario tutt’altro che indipendente e profondamente compenetrato con gli altri poteri, quello legislativo, quello esecutivo e con l’immanente potere economico, quello dei soldi, quello reale che non ha nulla a che vedere con la democrazia... Continua su Giornalismo Partecipativo

Il fattore incompetenza

di Giovanni Sartori
Corriere.it

Parecchi italiani tornano a sperare. I partitini sono stati spazzati via, la squadra di governo è stata messa assieme in pochi giorni, e il cosiddetto Berlusconi IV durerà, si prevede, cinque anni. Tutto bello e bene. Ma ci sono anche cose che non vanno bene. E l'aspetto che mi colpisce di più del nuovo governo è la quasi totale e abissale incompetenza (impreparazione, inesperienza) dei suoi componenti. Salvo pochissime eccezioni (Tremonti, Sacconi, Brunetta) l'incompetenza regna sovrana.
Si dirà che è sempre stato così sin da quando la Dc inventò il manuale Cencelli per la spartizione dei posti di governo. Però proprio così no. Ai tempi del dominio Dc non c'era alternanza. Inoltre vigeva la convenzione dei governi «brevi». Pertanto il potere veniva spartito in rapida rotazione pescando sempre nella stessa nomenklatura. Il che consentiva a tutti di tornare più volte al potere, e così finiva che molti tornassero a ministeri che avevano già guidato. La competenza valeva poco anche allora; ma la prassi finiva per produrre ministri che si erano man mano addestrati. Oggi non è più così. E il manuale Cancelli è testé stato perfezionato dal manuale Verdini (un sistema di punteggio per le posizioni di potere che determina i posti assegnati a Fi, An e Lega). Senza contare che se uno sbaglia una volta e poi continua a malfare cento volte, alla fine il danno è centuplicato. Difatti è per questo che oggi siamo, nell'Occidente, quasi in fondo in quasi tutte le graduatorie. Facciamo qualche esempio.
I ministeri particolarmente importanti e difficili sono oggi Interni (Maroni), Riforme (Bossi), Giustizia (Angelino Alfano), Istruzione (Mariastella Gelmini), Ambiente (Prestigiacomo). Mi soffermo su quest'ultimo. Il ministero dell'Ambiente esiste da tempo, ma nessuno se ne è accorto. Pecoraro Scanio, il ministro uscente, verrà ricordato per aver bloccato i termovalorizzatori a Napoli; e il suo predecessore Altero Matteoli (oggi alle Infrastrutture) non lascia alcun ricordo: è un eolico, va dove il vento lo porta. Il fatto è che i nostri ambientalisti difendono soltanto il territorio (e neanche tanto: i nostri boschi bruciano ogni anno senza che i Verdi si scuotano granché), bellamente ignorando i problemi globali dell'ecologia: inquinamento di terra e cielo, riscaldamento della terra, modificazione del clima, eccetera.
Anche se abbiamo sottoscritto gli accordi di Kyoto, le nostre emissioni di gas inquinanti continuano a crescere. Ed ecco che all'Ambiente va Stefania Prestigiacomo, senza dubbio qualificata in bellezza ma non in ecologia. Sono anche a qualificazione zero il ministro della Giustizia Alfano e il Ministro dell'Istruzione, una leggiadra ma ignotissima Mariastella Gelmini (34 anni, coordinatrice regionale di FI in Lombardia). E così via. Non mi posso dilungare. Ma sono pronto a scommettere che se all'attuale squadra del governo Berlusconi venissero affidate Mediaset, Fiat, Eni, Luxottica e simili, in pochissimo tempo diventerebbero altrettante Alitalia. Il Cavaliere si vanta di essere un imprenditore. Perché non ci spiega, allora, come mai applica all'azienda Italia criteri di reclutamento che certo non applicherebbe alle sue aziende?

http://www.corriere.it/editoriali/08_maggio_10/editoriale_sartori_fattore_incompetenza_e4382b5c-1e4f-11dd-8f64-00144f486ba6.shtml

martedì 6 maggio 2008

Redditi online, non c'è alcuna violazione di legge

Un magistrato scrive a Repubblica. Argomento: il vespaio suscitato dalla pubblicazione delle dichiarazioni dei redditi on line.

Da wittgenstein

Call Center, la vita della generazione “usa e getta”

di Roberto Loddo

Chi lavora in un call center rappresenta l'immagine disperata di una generazione, che, diversamente dalle precedenti, è segnata dalla completa incertezza del presente e dalla certezza della precarietà nel futuro. Chi lavora nei call center vive in mezzo a continui controlli di produttività, accompagnati da occasioni di lavoro poco qualificate, poco retribuite, poco stabili e poco tutelate, con ricorrenti e prolungati periodi di totale assenza di lavoro. Immagina il futuro appeso ad una cornetta telefonica e un paio di cuffie.

Fa parte di una generazione sfigata, che ha visto perdere i diritti e le conquiste sociali combattute dalle battaglie dei genitori, ed è cosciente che le uniche cose che vanno al di là dei pochi soldi che riceverà, sono le incertezze, e in alcuni casi anche il mobbing. Questo lavoro nella sua immagine più infame è usurante, con rischi psicologici e fisici ancora non definiti per la salute.

Usando una metafora un po' abusata, si può dire che anche il mondo dei call center è fatto a scale; sui singoli gradini stanno diverse tipologie di lavoratori: qualcuno un po' più in alto, qualcun altro un po' più in basso. Operatori, Team Leaders, SuperVisors, Back Office e CallCenter-Managers, indicano un vertice di situazioni lavorative differenti. call center è definito “inbound” quell'operatore che lavora in ricezione telefonate: è il cliente a chiamare il call center, e il lavoratore si limita a rispondere alle domande o a fornire l'assistenza richiesta. Viceversa si definisce “outbound” quell'operatore che lavora sulle telefonate in uscita. E' il call center, attraverso questo operatore, che contatta i clienti chiamandoli al telefono (soprattutto a quello di casa) per proporre offerte, prodotti o fare sondaggi e inchieste di mercato.

Un azienda outbound, può scegliere come far lavorare i propri operatori in 3 differenti modalità: con un telefono e una lista cartacea di nominativi, con un telefono e un pc in cui scorrono i nominativi da contattare, oppure con un pc già programmato su una lista di chiamate da fare che partono in automatico: sarà poi l'operatore, una volta che il cliente avrà risposto, a “condurre” la conversazione con griglia di domande precostituita fornita dall'azienda. In genere anche le forme di saluto, i convenevoli, le risposte da fornire al cliente sono codificate e vengono fornite attraverso appositi manuali o corsi precedenti all'assunzione.

Tra i call center inbound di Telecom, Tiscali o Sky, che applicano il contratto collettivo nazionale sulle telecomunicazioni e la minuscola azienda outbound Cagliaritana che lavora su appalti pagando lavoratori occasionali a provvigioni con un contratto a progetto, la distanza è notevole. Dai dati della Assocontact l'associazione di imprese aderente alla Confindustria, call center italiani lavorano circa 250 mila addetti. Di questi,170 mila, sono stati contrattualizzati. Resterebbero fuori almeno 42 mila operatori, in gran parte outbound, cui le aziende non riconoscono il diritto automatico al contratto da dipendenti in forza della Circolare Damiano che permette il contratto a progetto per questo tipo di lavoratori.

La precarietà nasce da un viaggio di crudeltà che ci travolge dai primi anni 90”. Dal varo delle politiche di concertazione, dall'abolizione della scala mobile, dall'atteggiamento di tregua sociale tra governo e sindacati confederali, dai cosiddetti governi tecnici del 92” e del 93” fino ad arrivare al famigerato “pacchetto Treu”. L'approvazione del maxidecreto del governo Berlusconi per la legge delega sul lavoro: La legge 30, una mostruosità legislativa che ha come fine ultimo quello di rendere sempre più solo il lavoratore, mentre l'azienda è sempre meno responsabile, ed il padrone ha di fronte a se nuovi affari e fiumi di denaro.

Reagire alla precarietà significa costruire e sviluppare un forte movimento dei precari telematici, ascoltando i bisogni di chi si trova nelle nostre stesse condizioni di vita lavorativa, senza dare risposte preconfezionate, dobbiamo identificarci collettivamente e indagare la composizione del mondo del lavoro precario. Non potremmo mai andare avanti nel percorso di lotta alla precarietà, se prima non arriviamo a capire chi siamo.

Reagire alla precarietà significa anche lottare per il riconoscimento dei diritti del lavoratore a progetto, inteso come persona, portatrice di diritti, e non solo come risorsa da sfruttare. Riconquistiamo il diritto ad avere una casa fare una famiglia, lottando per la rimodulazione dei compensi che preveda buste paga non al di sotto del limite di povertà.Una settimana fa, è nato il Blog per la rete dei precari dei call center di Cagliari, http://precarinlinea.blogspot.com/ uno spazio di dialogo, confronto e fantasia. Chiunque faccia parte di questo mondo, chiunque si senta sfruttato, o felice di lavorare a progetto, può scrivere e raccontare la sua storia. Anche chi dirige o possiede un call center,può raccontare le proprie esperienze dirigenziali, poiché il blog non è nato per contrastarli, ma per creare dialogo e confronto, alla pari, anche con loro.

http://www.megachip.info/modules.php?name=Sections&op=viewarticle&artid=6715

martedì 29 aprile 2008

La scommessa

Questo scrive Ezio Mauro oggi su Repubblica:

"(...) C'è un dato più inquietante, che lacererà la sinistra italiana per mesi e peserà sul futuro: Rutelli al Comune ha preso 55 mila voti in meno di quanti ne ha conquistati sul territorio cittadino Nicola Zingaretti, neopresidente eletto della Provincia di Roma. Poiché le schede bianche e nulle per Rutelli sono la metà di quelle per Zingaretti, questo significa che decine di migliaia di cittadini - di sinistra, evidentemente - hanno votato per Zingaretti alla Provincia e contro Rutelli (dunque per Alemanno) al Comune.
Un voto, bisogna dirlo con chiarezza e subito, del tutto ideologico, che viene in gran parte dalla sinistra radicale, così convinta dalla tesi autoassolutoria che vede nel Pd la colpa della sua scomparsa dal Parlamento, da far pagare al Pd la battaglia di Roma, lavorando contro Rutelli.
Per questi cannibali fratricidi, grillisti e antagonisti, Rutelli era il bersaglio ideale, come anche per qualche estremista del Pd: troppo cattolico, importatore della Binetti, amico dei vescovi, come se la scommessa fondativa e perenne del Pd non fosse quella di tenere insieme, a sinistra, cattolici ed ex comunisti.
Un ideologismo a senso unico: che serve ad azzoppare la sinistra, facendola perdere, mentre non scatta per bloccare l'uomo di An in marcia verso il Campidoglio. Anzi. (...)"


La scommessa è persa. Il PD non ha preso i voti della sinistra (curioso?) e nemmeno intercettato quelli della destra ( perchè chi vota a destra vota partiti di destra).
Fallito il PD, scomparsa la sinistra, persa Roma. Non c'è male come risultato.
La destra incassa senza un progetto,senza proposte per il futuro, solo la riproposizione dello stesso passato, sempre più becero e grottesco.
Sarà il caso di ripensare a questo grande calderone che è il PD? Forse, se ha preso schiaffi da tutte le parti, non e' stata poi una grande idea.

E poi, i debiti vanno onorati. Chi la paga, ora, la scommessa?

lunedì 28 aprile 2008

Mistero della fede /1

Caro neopatentato, durante la tua lunga carriera automobilistica ti troverai avanti fenomeni inspiegabili. No, non voglio parlarti del carro-attrezzi che intralcia rimuovendo auto che non intralciano, o delle multe che compaiono magicamente sul tuo parabrezza come apposte da gnomi o elfi .Parlerò invece di un altro mistero: la presenza, sulle strade urbane, di vetture la cui velocità non supera i 20 Km/h, al centro della carreggiata, preferibilmente in ore di punta. Nessun ostacolo visibile da occhio umano giustifica una simile andatura.

Una piccola casistica:

SUV guidato da signora con pelliccia, probabile moglie/amante del proprietario (con /senza pargolo nel sedile posteriore)
SUV guidato dal proprietario svagato (in cerca di donne/trans/amici al bar)
SUV guidato dal proprietario perfettamente in sé , che sta al centro della strada praticamente fermo perché ha precedenza su tutto il creato.

AUTO LUNGA (Mercedes, BMW,.. comunque tipo LUNGO) sempre con signora impellicciata, che guarda le vetrine in cerca di spunti per i regalini di natale (in settembre);
AUTO LUNGA guidata da patetico 85enne giovanile;
AUTO SPORTIVA con 75enne giovanile, abbronzato, camicia aperta, giovane mignottona slava o indigena a fianco.

Inoltre:
Tutte le vetture al cui interno è presente un cappello (sia in testa al conducente, sia adagiato sul pannello posteriore);
Tutte le vetture al cui interno è presente una suora (la velocità diminuisce con l’aumentare del numero delle suore) ;
Tutte le vetture targate NU.

Mistero della fede.

Quei milionari nullatenenti

di Paolo Biondani
Espresso

Da Ciarrapico a Tanzi, da Cragnotti alla dark lady Gucci, da Previti a Fiorani. Fanno la bella vita, abitano in ville da sogno ma risultano non possedere nulla. E da anni evitano di risarcire le vittime dei loro misfatti.
Leggi l'articolo

giovedì 24 aprile 2008

GLI EMPI SI AGGIRANO INTORNO

Al link http://iltafano.typepad.com/Elezioni2008-Appunti-Farinella.doc si può leggere una riflessione molto interessante di Paolo Farinella, prete, sulle ultime elezioni.

Nota bene: ultimamente su questo link si becca un fastidioso dialer e un hijacker che cambia la pagina iniziale di explorer. Per la pagina, basta cambiarla nuovamente nelle opzioni internet. Per il dialer, se avete una connessione analogica, MOLTA ATTENZIONE!

sabato 19 aprile 2008

La natura non è muta

di Eduardo Galeano
il Manifesto

Il mondo dipinge nature morte, soccombono i boschi naturali, si sciolgono i poli, l'aria si fa irrespirabile e l'acqua imbevibile, si plastificano i fiori e il cibo, e il cielo e la terra diventano pazzi da legare.E mentre tutto ciò accade, un paese latinoamericano, l'Ecuador, sta discutendo una nuova Costituzione. E in questa Costituzione si apre la possibilità di riconoscere, per la prima volta nella storia universale, i diritti della natura.La natura ha molto da dire, ed è ora che noi, i suoi figli, la smettiamo di fare i sordi. Forse persino Dio ascolterà il richiamo che suona da questo paese andino, e aggiungerà l'undicesimo comandamento di cui si era dimenticato nelle istruzioni che ci diede sul monte Sinai: «Amerai la natura, della quale fai parte».
Continua a leggere

lunedì 14 aprile 2008

Il disastro annunciato si è compiuto

di Giulietto Chiesa - Megachip

Il disastro annunciato si è compiuto. Lo avevamo previsto (non è elegante dirlo, ma qui è indispensabile). Veltroni e il Partito Democratico avevano scommesso di vincere. Tecnicamente hanno perduto.

Il risultato è che hanno consegnato l'Italia a Berlusconi e alla Lega. La responsabilità è interamente la loro. Su un aspetto Veltroni ha vinto chiaramente: ha liquidato la sinistra.
In tutti i sensi: l'ha eliminata dal Partito Democratico, che ora è un'altra cosa, irreversibilmente (almeno fino a che esisterà come tale). E ha demolito la Sinistra Arcobaleno,che ora, addirittura, non sarà più rappresentata in una delle due Camere.

La Sinistra Arcobaleno ha ottenuto quello che ha cercato: una disfatta totale. Per reggere avrebbe dovuto capire la cosa più elementare ed evidente: che doveva puntare alla conquista di quella parte degli elettori del Partito Democratico che è ancora “di sinistra”.

Ma per fare questo doveva distinguersi, smarcarsi nettamente e segnalare la sua diversità. Ma, poiché questa diversità non c'era, non ha saputo farlo.Come risultato ha perduto voti proprio in quella direzione (il voto “utile” per fermare Berlusconi, che alla fine si è rivelato non solo inutile ma catastrofico).

E, come secondo risultato, ha perduto una fetta cospicua di elettori delusi, arrabbiati, che si sono astenuti o hanno disperso i loro voti. Poiché non c'è il minimo dubbio che la diminuzione dei votanti è tutta di sinistra e poi conteremo le bianche e le nulle.
Questo è il quadro che emerge dai primi dati del campione e difficilmente cambierà in modo sostanziale. Piangere e strapparsi le vesti è del tutto inutile e pregherei di non farloper evitare un consumo inutile di detersivi, ovvero dispendio di cellulosa di cui avremo bisogno molto presto.
Occorre mettersi al lavoro per ricostruire un movimento popolare di resistenza democratica. Non solo di sinistra ma, ripeto, di resistenza democratica, di difesa del territorio, di affermazione della supremazia del Bene Comune. Avremo bisogno di una visione comune per un'alternativa all'attuale organizzazione sociale che sta entrando nella sua agonia storica. Questa visione deve essere anch'essa costruita perché non c'è ancora. C'è un mosaico che non ha ancora trovato una sintesi. C'è bisogno di organizzare anche le nostre intelligenze.

L'Italia democratica e di sinistra non è scomparsa ma è stata annichilita da leader e partitiincapaci e senza destino che non hanno saputo rappresentarla e tanto meno guidarla.
Ma la questione non riguarda soltanto loro. E' il momento della riflessione critica, e questa concerne ciascuno di noi. E va fatta senza indulgere in diplomazie.

La battaglia sarà durissima e non possiamo farci illusioni.
Arriva al potere la feccia di questo paese, che, come primo atto di governo ci toglierà la Costituzione nata dalla Resistenza. Sono gli stessi che organizzarono il luglio del 2001 a Genova. E la situazione del mondo è critica. Saranno loro a gestire la crisi, e non è certo con i criteri del capitalismo compassionevole che vi si accingeranno.
Non cercheranno mediazioni e consenso. E se arriveranno decisioni di guerra le prenderanno senza esitazioni.
Cambia la musica. Per questa generazione di giovani sarà la prima, vera esperienza di una lotta senza esclusione di colpi. Dovranno impararla sul campo. Un campo dove i detentori del potere hanno anche l'informazione e la comunicazione dalla loro parte. Non dimentichiamolo.

lunedì 31 marzo 2008

ebbene sì: palermo è in nigeria

di a. pagliaro,
da Xantology

E dunque Palermo è davvero in Nigeria, come avevo scritto poco dopo le elezioni comunali del 2007:
“Centinaia, probabilmente migliaia, di schede votate fuori dai seggi con un pennarello, voti fotografati coi telefonini, quartieri popolari acquistati a qualche euro a voto. Scrutatori ragazzini minacciati da energumeni, presidenti di seggio che allontanano tutti e contano da soli, voti nulli diventati validi, voti validi diventati nulli, campagna elettorale martellante e intimidatoria fin dentro i seggi, volantini nelle cabine elettorali, fotocopie di schede nelle urne. Sondaggi pubblicati a urne aperte, candidati in tv per l’intero pomeriggio di domenica. Questa è Palermo al voto per il sindaco, anno 2007, quindici anni dopo la morte di Falcone. Palermo prigioniera. Palermo dove tutto va male e la gente vota per una manciata di euro o la promessa di un posto. Dove centodieci autisti di autobus vengono assunti subito prima delle elezioni e che importa se non hanno la patente, importante che abbiano il telefonino con la videocamera”.
Stamattina sono stati arrestati due presidenti di seggio: avrebbero falsificato 580 schede per favorire la lista “Azzurri per Cammarata”. Sono certo: non è un caso isolato. E’ solo l’unico scoperto finora. Diego Cammarata, se ha un po’ di dignità, deve immediatamente dimettersi. Non lo farà, sono sicuro. Leoluca Orlando ha già chiesto che le elezioni siano annullate. Anche questo non avverrà. Tuttavia, il mio appello all’OSCE diventa ancora più importante e prego chiunque abbia a cuore la democrazia di questo Paese di farlo proprio, rilanciarlo, pubblicarlo, scrivere anche lui all’OSCE. Da qui. Non aspettate domani, fatelo ora. Gli osservatori internazionali sono l’ultima speranza.

Articolo originale : http://www.xantology.com/

martedì 25 marzo 2008

I PENDOLARI E UNA RETE FERROVIARIA SBAGLIATA

di Agnese Licata
da Altrenotizie.org

Berlino: chilometri di rete ferroviaria suburbana, 3.000. Milano: 180. Basta questo semplice confronto per misurare la distanza tra il sistema dei mezzi pubblici italiani e quello del resto del mondo industrializzato. Continua a leggere su Altrenotizie

lunedì 24 marzo 2008

L'uccello di fuoco e quello di pietra

Un divertente articolo di Valerio Evangelisti su Carmilla

domenica 23 marzo 2008

Speak Out Against Copyright Extension!

La petizione contro l'estensione a 95 anni (attualmente sono 50) del copyright sulle registrazioni musicali si firma qui

Cul-tura italica

Candidato PdL per la ripartizione europea e produttore-regista di film porno.
Valori cristiani, e una particolare attenzione alla cultura dato che l'attività lavorativa del candidato ricade nel "settore comunicazione".
Dal Blog di Caminadella "Andrea Verde: un difensore della cultura italiana all’estero"
e Andrea Verde scrive al Sole 24 Ore

mercoledì 19 marzo 2008

Crimini contro l'umanità : la storia di padre Seromba

ARUSHA, 12mar08

Il Tribunale penale internazionale per il Rwanda (Tpir), con sede ad Arusha in Tanzania, ha confermato la condanna all'ergastolo chiesta dalla Procura per il sacerdote ruandese Athanase Seromba. Il sacerdote è accusato di genocidio, istigazione al genocidio e crimini contro l'umanità.

La storia di padre Seromba parte dalla guerra civile in Rwanda e ha una incredibile parentesi in Italia. Su Democrazia e Legalità una ricostruzione completa, da non perdere.

giovedì 13 marzo 2008

La Teoria dei Molti Mondi

La “Teoria dei Molti Mondi” della fisica quantistica implica l'immortalità?
di James Higgo - 18/09/2007

traduzione di Gianluca Freda

Gli altri muoiono; ma io non sono un altro; dunque io non morirò”(Vladimir Nabokov)

Prima di tutto, un’avvertenza per i neofiti dell’argomento: Niels Bohr, il fondatore della moderna teoria quantica, disse una volta: “Chiunque non rimanga sconvolto dalla teoria quantica, non l’ha capita”. E non conosceva ancora la Teoria dei Molti Mondi (TMM). Continua a leggere

Bolzaneto, giustizia non sarà fatta

di Gennaro Carotenuto

Per 44 imputati, accusati da 200 testimoni di vessazioni e torture a Bolzaneto, dopo il G8 di Genova nel luglio 2001, sono stati chiesti 76 anni di carcere. Pare tanto, ma è meno di niente perché di questi 76 anni, qualora giungessero a sentenza, si sa già che non sarà scontato neanche un giorno.. Continua a leggere

domenica 9 marzo 2008

Carlucci vs Maiani

I tragicomici interventi dell'onorevole Gabriella Carlucci in merito alla nomina di Maiani al CNR. Per chi si fosse perso le precedenti puntate, un ottimo riassunto su Seenbee's Blog.
Una volta aggiornati, fate subito un salto anche sul blog della Carlucci, e leggete i commenti sul caso..
http://www.gabriellacarlucci.it/2008/03/06/replica/#comments
http://www.gabriellacarlucci.it/2008/02/28/in-risposta-a-parisi/#comments

sabato 8 marzo 2008

Biutiful cauntri

Dal 7 marzo sara' nelle sale 'Biutiful Cauntri', un documentario agghiacciante sull'emergenza rifiuti in Campania. Menzione speciale all'ultimo Torino Film Festival.
Diossina, tumori, morìa di bestiame,ecomafie.
Qui altre notizie e il promo.

martedì 4 marzo 2008

Macelleria Gaza

Da ComeDonChisciotte,un resoconto sconvolgente dell'ultima carneficina di Gaza.

lunedì 3 marzo 2008

Vergogna Esselunga

Esselunga torna al secolo scorso
da www.precaria.org

Il 2 febbraio 2008 una cassiera dell'Esselunga di via Papiniano è costretta a rimanere alla cassa in attesa di un cambio di turno nonostante un impellente bisogno di andare al bagno, fino a quando, umiliata, non può fare altro che pisciarsi addosso. Dopo questo episodio, la cassiera denuncia quanto avvenuto, ma a parte gli articoli di colore, nessuno si preoccupa. Tranne i suoi datori di lavoro, che il 28 febbraio pomeriggio hanno pensato bene di mandarle un messaggio inequivocabile: un energumeno l'ha aspettata nello spogliatoio del personale, le ha messo un bavaglio in bocca, picchiandola e intimandole che "aveva parlato troppo".

Sabato 1 marzo duecento persone hanno manifestato di fronte al supermercato dove lavora la donna, ma solo due delle novanta colleghe hanno partecipato allo sciopero indetto dai confederali (fonte: Repubblica). Chi ha aspettato fino ad ora per preoccuparsi, è bene che cambi idea in fretta.

Che i supermercati Esselunga non fossero un paradiso si sa da tempo. Che il loro proprietario, il prode e littorio Caprotti non fosse proprio un libertario anche questo è cosa nota, nonostante le arie da liberale tradito che ha cercato di darsi pubblicando un libello contro le Coop (che per carità nessuno vuole difendere, ci mancherebbe). Ma quello che sta accadendo nel supermercato di via Papiniano a Milano ha dell'incredibile, e solo un cieco potrebbe fare finta di non vedere i prodromi di un rigurgito di metodi e pratiche che tutti speravamo appartenere al passato.

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