Tommaso Pincio
www.ilmanifesto.it
Tra le false notizie diffuse dopo la morte di Salinger c'è quella secondo cui Holden e i suoi personaggi sarebbero dei rivoluzionari. Non è così: la loro ossessione per l'inautenticità, la loro idiosincrasia per il fasullo non ha nulla di ribelle né di politico. E anche il paragone con Pynchon non tiene, perché dietro il velo della segregazione le due figure sono antitetiche
Nel precipitarsi a dare notizia della morte di Jerome D. Salinger, i giornali di tutto il mondo, per la fretta, hanno diffuso false informazioni. Hanno detto, per esempio, che Salinger è nato un certo giorno a New York ed è morto ieri l'altro in una località del New Hampshire.
Inesatto. Ma bisogna capirli: è quello che c'è scritto su Wikipedia. Avessero avuto agio di riflettere, sarebbero giunti alla conclusione evidente che Salinger è preliminarmente scomparso il 19 giugno 1965 sul «New Yorker», in attesa della definitiva sparizione compiutasi il 28 gennaio 2010 a Cornish, la località del New Hampshire di cui sopra. Certo, i giornali non hanno mancato di notare che lo scrittore aveva smesso di pubblicare e conduceva da mezzo secolo un'esistenza da recluso, minacciando col fucile chiunque si avvicinasse alla propria casa con l'intenzione di fotografarlo o peggio ancora di intervistarlo. Nel farlo, hanno però citato l'altro grande della letteratura statunitense del secolo scorso, dimostrando di avere compreso pochissimo o nulla del suo eremitaggio. Ma pure in questo bisogna capirli: l'accostamento di Salinger a Pynchon è un vecchio ritornello, un'altra delle false informazioni che è possibile leggere su Wikipedia. Ai tempi, qualcuno azzardò perfino che i due fossero la stessa persona, rimediando una laconica smentita di dubbia autenticità da parte di uno dei diretti interessati.
Due diverse invisibilità
Dietro il velo della segregazione volontaria si nascondono due figure agli antipodi, antitetiche quasi. L'uomo Pynchon ha sempre disertato la scena pubblica ma non ha mai smesso di scrivere. Per Salinger, l'allontanamento dai riflettori è stato invece l'atto terminale o comunque una tappa centrale di un percorso, dopodiché ha smesso di scrivere. Naturalmente sarebbe più corretto dire «pubblicare», ma non cavilliamo: nei fatti e probabilmente anche nelle intenzioni ha smesso di scrivere. L'invisibilità di cui Pynchon si ammanta non costituisce il prodromo di un mutismo letterario. Al contrario, ne amplifica la voce, contribuisce a prestare attenzione unicamente a ciò egli ha da dire. E che Pynchon non voglia tacere lo dimostra il fatto di essersi mostrato in pubblico in forma di voce: prima nelle vesti di cartone animato in una puntata dei Simpsons, poi in quelle di narratore nel trailer che ha accompagnato il lancio del recente Inherent vice.
L'invisibilità salingeriana è invece tutta volta al mutismo. Al centro della scomparsa dello scrittore non c'è tanto l'annichilamento fisico dell'uomo quanto la negazione stessa del principio primo della scrittura, la parola. Salinger appartiene alla ristretta famiglia di autori più o meno misticheggianti, più o meno pervasi da una malinconica quanto tragica comicità da circo, che vede nel mutismo, nella cessazione di qualunque forma di linguaggio, la sola strada possibile per rappresentare l'inautenticità dell'esperienza e della coscienza. In questo, è assai vicino a un filone centrale della letteratura europea, che vede in Beckett e Kafka i suoi capisaldi. Più che a Pynchon, la sparizione di Salinger è assimilabile alle disposizioni - per nostra fortuna tradite - che Kafka lasciò all'amico Max Brod: bruciare tutto quel che aveva scritto.
Pynchon è inoltre costituzionalmente un rivoluzionario, un anarchico, un portavoce della controcultura, un irriducibile hippy e - diciamolo - anche uno sporcaccione, un gaudente che non disegna né il sesso né le sostanze psicotrope. Ma tutto ciò non fa di lui un antiamericano. È anzi più realista del re, americano fino al midollo cioè, appartiene a quel tipo di ribelli che prendono alla lettera le verità per sé stesse evidenti annunciate nella Dichiarazione d'indipendenza, in seguito date in pasto alla nazione con l'accezione intramontabile di Sogno Americano. Salinger non soltanto non crede in quel sogno, lo avversa alla radice. È antiamericano non tanto perché vede nel competitivo e materialistico egocentrismo della società moderna americana un tradimento di valori fondanti, ma semplicemente perché considera falsi sia i valori fondanti che la loro moderna degenerazione.
I personaggi di Salinger se ne fregano di ciò che è giusto, dell'uguaglianza dei diritti, della libertà individuale, di quel certo tipo di ricerca della felicità. Se ne fregano perché sono ossessionati o per meglio dire oppressi da quel che di falso c'è in quei presunti valori; non per nulla la parola di cui adorano riempirsi la bocca è phoney, fasullo. Vedere nella loro idiosincrasia per la falsità un vocazione ribelle, per non dire politica, sarebbe un abbaglio. Salinger di persona si è scomodato più volte per rivendicare la visione politicamente agnostica delle sue creature. Coloro i quali si ostinano a pensare a lui come un contestatore dovrebbero domandarsi come simili interpretazioni della sua opera si concilino con il fatto di essere stato registrato ai seggi in qualità di repubblicano. A suo favore alcuni ricordano la lettera che inviò al «New York Post» per dichiararsi contrario all'ergastolo. Colpisce, però, che l'unico intervento pubblico su problemi sociali riguardi la reclusione. Guarda caso, proprio lui si oppone all'ergastolo, uno che si è recluso a vita.
E giungiamo così all'altra immensa falsità profusa a piene mani in questi giorni dai media: la falsità in base alla quale con The catcher in the rye Salinger avrebbe fissato il prototipo del ragazzo ribelle. Premesso che a un simile intento e con esiti alquanto soddisfacenti ci si era dedicato un certo Mark Twain un secolo prima, dipingere il giovane Holden alla stregua di un anticonformista è quantomeno un ritratto improprio. Nei fatti, quel breve romanzo che a tutt'oggi ha venduto nei soli Stati Uniti sessanta milioni di copie e ha aperto la mente all'assassino di John Lennon, è un libro borghese che ha dato voce al disagio dei privilegiati, di quei teenager che negli anni Cinquanta passavano dal dileggiare i professori dei loro college al trangugiare frappé giganti nei drive in. Una ribellione dal cuore tenero che rappresentava l'alternativa liceale al giubbotto di pelle del teppista Marlon Brando.
Come scrisse a suo tempo Leslie Fiedler, i giovani scontenti di Salinger non sono omosessuali, drogati o delinquenti, sono ragazzi perbene che «percorrono una strada delimitata da un lato dalla scuola, dall'altro dalle loro case». Nelle pagine finali, il giovane Holden dà la misura della sua presunta ribellione nonché di ciò verso cui il suo creatore tendeva già in quel romanzo d'esordio.
«Quello che dovevo fare, pensai, era far finta d'essere sordomuto. Così mi sarei risparmiato tutte quelle maledette chiacchiere idiote e senza sugo. Se qualcuno voleva dirmi qualche cosa, doveva scrivermelo su un pezzo di carta e ficcarmelo sotto il naso. Dopo un po' ne avrebbero avuto piene le tasche, e per il resto della vita non avrei più sentito chiacchiere. Tutti avrebbero pensato che ero un povero bastardo d'un sordomuto e mi avrebbero lasciato in pace. Mi avrebbero fatto mettere olio e benzina nelle loro stupide macchine, e in cambio mi avrebbero dato un salario eccetera eccetera, e con quei soldi io mi sarei costruito una capanna da qualche parte e ci avrei passato il resto della mia vita. Me la sarei costruita vicino ai boschi, ma non proprio nei boschi, perché volevo starmene in pieno sole tutto il tempo. Mi sarei fatto da mangiare io stesso, e in seguito, se volevo sposarmi o qualcosa del genere, avrei incontrato quella bella ragazza, sordomuta anche lei, e ci saremmo sposati. Sarebbe venuta a vivere con me nella mia capanna, e se voleva dirmi qualcosa doveva scriverlo su un maledetto pezzo di carta, come tutti gli altri».
La rivolta era tutta interiore
Non sembra forse il film della vita di Jerome D. Salinger a partire del 1953, quando abbandonò il suo appartamento sulla 57ma strada a Manhattan, e con esso l'intera scena letteraria, per ritirarsi in una casa tra le colline di Cornish, in novanta, invalicabili acri di terreno circondati dai boschi? Tanto il desiderio di essere «lasciato in pace» quanto la regressione al silenzio covavano in Salinger fin dagli inizi. Il giovane Holden è compreso in una rivolta tutta interiore. È un sommovimento dell'anima, il suo, scatenato da ombre private quali la prematura morte per leucemia del fratellino, che incombe come un fantasma lungo tutto il libro. Questo sommovimento lo rende, oltre che mentalmente instabile, inadatto ad interagire con il prossimo, incapace di integrarsi in una società che detesta. Non gli resta che l'isolamento, preludio all'eremitaggio mistico, alla religione del silenzio.
Nel giovane Holden si avverte già la chiamata dal profondo che salterà poi evidente nelle successive creature di Salinger; segnatamente i membri della famiglia Glass. Un nucleo compatto di personaggi la cui coltre di tenerezza nasconde il lato duro, algido, non di rado anche crudele, che muove spesso autoesiliati e santoni. Un po' monaci autarchici, un po' squilibrati e depressi, questi personaggi si inseriscono in un filone particolare della letteratura americana, che va dallo scrivano di Melville ai contabili dell'ultimo, incompiuto romanzo di David Foster Wallace; un filone nel quale la parola evapora nell'esoterico, in quella verità assoluta che non ha altre modalità espressive se non il silenzio, il diniego sordo e irremovibile. Il «preferirei di no» di Bartleby è stretto parente del «lasciatemi in pace» di Holden Caufield.
Il destino di Seymour è lo stesso che Wallace ha decretato per sé, così come la partecipazione dei piccoli geni Glass al quiz radiofonico anticipa le apparizioni televisive di alcuni personaggi dell'autore di Infinite Jest nonché la maledizione del talento. Sarebbe stato più corretto dire che Jerome D. Salinger non è morto il 28 gennaio 2010 bensì che è preliminarmente scomparso il 19 giugno 1965, perché quel giorno pubblicò per l'ultima volta un suo racconto scritto, Hapworth 16, 1924. Dopo quel giorno si dedicò, indefesso, alla sua opera più importante: il silenzio. E non la si deve intendere in senso lato o come un'iperbole a effetto. Salinger considerava la sua esistenza alla stregua di un'opera d'arte. Le religioni orientali, i Veda, il buddismo zen, ma anche certo misticismo cattolico gli hanno porto la chiave per il retto vivere e il retto esprimersi che egli risolutamente cercava. Ma non è tutta luce ciò che luccica, giacché, lo si è detto, c'era una parte di crudeltà. Molti pensano che Salinger vada identificato in Buddy Glass, e lo pensano perché è stato egli stesso a dichiararlo. Ma l'esperienza insegna che gli scrittori tendono a confondere le acque su certi argomenti ed è perciò altrove che si deve cercare il suo vero volto, vale a dire nel fratello suicida di Buddy, Seymour Glass, e nel «complesso di perfezione» che uno psicoanalista gli diagnostica. Buona parte del segreto di Salinger è tutto lì: nell'incapacità di tollerare il più piccolo neo.
Cosa lo abbia reso così è un problema personale che riguarda soltanto Salinger e chi gli è vissuto vicino, vedi sua figlia Margaret, che qualche anno fa licenziò alle stampe un controverso libro di memorie. A noi, invece, non resta che seguitare a godere di quelle poche pagine che ci sono state concesse, tenendo però a mente che a dodici anni Seymour ferì seriamente una ragazza lanciandole un sasso solo «perché era talmente bella».
Tommaso Pincio dal Manifesto.it
domenica 31 gennaio 2010
venerdì 25 dicembre 2009
Coperte e panini
Come nella migliore tradizione delle feste in Burkina Faso, i viaggiatori sono invitati a mettere in valigia coperte e panini, in caso i treni si fermassero per eventi eccezionali e imprevedibili: gelo e neve, così rari in dicembre alle nostre latitudini.
Il nostro AD (Amministratore Delegato eh, per gli ignoranti) da quando è diventato Manager non saluta più nessuno. Al prossimo sorteggio della pagliuzza potrebbe non essere più così fortunato. In questo caso, tornerebbe al suo vecchio lavoro di pastore di caprette.
E noi, al prossimo AD (quello che tira la pagliuzza più corta, perchè è così che li scegliamo) glielo spieghiamo che magari per fare il Manager serve saper contare fino a dieci prima di dire una cazzata.Non è difficile eh. Dai coraggio.Ripeti i numeri. Senza guardare il quaderno!
Buon disfacimento a tutti.
Qui un gran bel post sull'argomento. Compresa una nota dei ferrovieri.
Il nostro AD (Amministratore Delegato eh, per gli ignoranti) da quando è diventato Manager non saluta più nessuno. Al prossimo sorteggio della pagliuzza potrebbe non essere più così fortunato. In questo caso, tornerebbe al suo vecchio lavoro di pastore di caprette.
E noi, al prossimo AD (quello che tira la pagliuzza più corta, perchè è così che li scegliamo) glielo spieghiamo che magari per fare il Manager serve saper contare fino a dieci prima di dire una cazzata.Non è difficile eh. Dai coraggio.Ripeti i numeri. Senza guardare il quaderno!
Buon disfacimento a tutti.
Qui un gran bel post sull'argomento. Compresa una nota dei ferrovieri.
sabato 19 dicembre 2009
SE IL CLIMA FOSSE UNA BANCA, L’AVREBBERO GIA’ SALVATO
Il discorso del presidente venezuelano al vertice climatico di Copenhagen
DI HUGO CHAVEZ
da ComeDonChisciotte
Signor Presidente, signori, signore, amici e amiche, prometto che non parlerò più di quanto sia già stato fatto questo pomeriggio, ma permettetemi un commento iniziale che avrei voluto facesse parte del punto precedente discusso da Brasile, Cina, India e Bolivia. Chiedevamo la parola, ma non è stato possibile prenderla.
Ha parlato la rappresentante della Bolivia, e porgo un saluto al compagno Presidente Evo Morales qui presente, Presidente della Bolivia.
Tra varie cose ha detto, ho preso nota: il testo che è stato presentato non è democratico, non è rappresentativo di tutti i paesi. Ero appena arrivato e mentre ci sedevamo abbiamo sentito il Presidente della sessione precedente, la signora Ministra, dire che c’era un documento da queste parti, che però nessuno conosce: ho chiesto il documento, ancora non l’abbiamo. Credo che nessuno sappia di questo documento top secret.
Certo, la collega boliviana l’ha detto, non è democratico, non è rappresentativo, ma signori e signore: siamo forse in un mondo democratico? Per caso il sistema mondiale è rappresentativo? Possiamo aspettarci qualcosa di democratico e rappresentativo nel sistema mondiale attuale? Su questo pianeta stiamo vivendo una dittatura imperiale e lo denunciamo ancora da questa tribuna: abbasso la dittatura imperiale! E che su questo pianeta vivano i popoli, la democrazia e l'uguaglianza!
Continua su ComeDonChisciotte (e vale la pena)
DI HUGO CHAVEZ
da ComeDonChisciotte
Signor Presidente, signori, signore, amici e amiche, prometto che non parlerò più di quanto sia già stato fatto questo pomeriggio, ma permettetemi un commento iniziale che avrei voluto facesse parte del punto precedente discusso da Brasile, Cina, India e Bolivia. Chiedevamo la parola, ma non è stato possibile prenderla.
Ha parlato la rappresentante della Bolivia, e porgo un saluto al compagno Presidente Evo Morales qui presente, Presidente della Bolivia.
Tra varie cose ha detto, ho preso nota: il testo che è stato presentato non è democratico, non è rappresentativo di tutti i paesi. Ero appena arrivato e mentre ci sedevamo abbiamo sentito il Presidente della sessione precedente, la signora Ministra, dire che c’era un documento da queste parti, che però nessuno conosce: ho chiesto il documento, ancora non l’abbiamo. Credo che nessuno sappia di questo documento top secret.
Certo, la collega boliviana l’ha detto, non è democratico, non è rappresentativo, ma signori e signore: siamo forse in un mondo democratico? Per caso il sistema mondiale è rappresentativo? Possiamo aspettarci qualcosa di democratico e rappresentativo nel sistema mondiale attuale? Su questo pianeta stiamo vivendo una dittatura imperiale e lo denunciamo ancora da questa tribuna: abbasso la dittatura imperiale! E che su questo pianeta vivano i popoli, la democrazia e l'uguaglianza!
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sabato 14 novembre 2009
martedì 10 novembre 2009
La protesta dei lavoratori di Agile (ex Eutelia)
Dal 4 Novembre 2009 le nostre principali sedi ROMA-TORINO-MILANO-BARI-IVREA sono PRESIDIATE con assemblee permanenti. E’ iniziato il licenziamento dei primi 1200 lavoratori di OLIVETTI-GETRONICS-BULL-EUTELIA-NOICOM-EDISONTEL TUTTI CONFLUITI IN: AGILE s.r.l. ora Gruppo Omega. Agile [ex Eutelia] è stata consegnata a professionisti del FALLIMENTO. Agile [ex Eutelia] è stata svuotata di ogni bene mobile ed immobile. Agile [ex Eutelia] è stata condotta con maestria alla perdita di commesse e clienti.
Il gruppo Omega continua la sua opera di killer di aziende in crisi, l’ultima è Phonemedia - 6600 dipendenti - che subirà a breve la stessa sorte di Agile. In tutto, siamo una realtà di quasi 10.000 dipendenti e, considerando che ognuno di noi ha una famiglia, le persone coinvolte in questa CRISI sono circa 40.000! Eppure nessuno parla di noi.
Per mantenere il LAVORO abbiamo bisogno di visibilità mediatica. Abbiamo manifestato nelle maggiori città italiane (Roma - Siena: Monte dei Paschi – Milano – Torino – Ivrea – Bari – Napoli - Arezzo), siamo SALITI sui TETTI, ci siamo l'INCATENATI a Roma in Piazza Barberini, abbiamo occupato le SEDI, Roma per prima. Nonostante ciò NON siamo mai stati nominati in nessun TELEGIORNALE NAZIONALE perchè la parola d’ordine è che se non siamo visibili all’opinione pubblica il PROBLEMA NON ESISTE.
Se sei solidale con noi INOLTRA QUESTA MAIL ad almeno 10 amici nei prossimi 30 minuti, non ti costa nulla, ma avrai il ringraziamento di tutti i Lavoratori e le Lavoratrici di Agile [ex Eutelia] che da mesi sono senza stipendio e che lottano per il DIRITTO AL LAVORO, primo Diritto Fondamentale della nostra Costituzione. Non lasciar morire questa azienda!
Fonte: www.italiopoli.it
Link: http://www.italiopoli.it/?r=81145
Il gruppo Omega continua la sua opera di killer di aziende in crisi, l’ultima è Phonemedia - 6600 dipendenti - che subirà a breve la stessa sorte di Agile. In tutto, siamo una realtà di quasi 10.000 dipendenti e, considerando che ognuno di noi ha una famiglia, le persone coinvolte in questa CRISI sono circa 40.000! Eppure nessuno parla di noi.
Per mantenere il LAVORO abbiamo bisogno di visibilità mediatica. Abbiamo manifestato nelle maggiori città italiane (Roma - Siena: Monte dei Paschi – Milano – Torino – Ivrea – Bari – Napoli - Arezzo), siamo SALITI sui TETTI, ci siamo l'INCATENATI a Roma in Piazza Barberini, abbiamo occupato le SEDI, Roma per prima. Nonostante ciò NON siamo mai stati nominati in nessun TELEGIORNALE NAZIONALE perchè la parola d’ordine è che se non siamo visibili all’opinione pubblica il PROBLEMA NON ESISTE.
Se sei solidale con noi INOLTRA QUESTA MAIL ad almeno 10 amici nei prossimi 30 minuti, non ti costa nulla, ma avrai il ringraziamento di tutti i Lavoratori e le Lavoratrici di Agile [ex Eutelia] che da mesi sono senza stipendio e che lottano per il DIRITTO AL LAVORO, primo Diritto Fondamentale della nostra Costituzione. Non lasciar morire questa azienda!
Fonte: www.italiopoli.it
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martedì 3 novembre 2009
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