lunedì 2 agosto 2010

LUCI ED OMBRE DELLA MEDICINA CONVENZIONALE

Franco Libero Manco

da Luigiboschi.it

Nel 1535 Jacques Cartier salpò dalle coste della Francia diretto verso Terranova con un equipaggio di 110 uomini. In 6 settimane 100 uomini si ammalarono di scorbuto. Un indigeno disse loro di bere succhi dei frutti di un albero che crescevano in quella zona e gli uomini guarirono nel giro di pochi giorni. Da quell'episodio capitani di navi accorti e lungimiranti comandarono al loro equipaggio di consumare succhi di arancia e limone per scongiurare lo scorbuto. Ci volle molto tempo prima che il mondo medico accettasse questa semplice soluzione, ma alla fine nel 1795 dovette soccombere al buon senso e il succo di limone diventò obbligatorio nella dieta dei marinai.

Uno dei motivi per cui le infezioni sono così numerose in ospedale è che molti infermieri amano più gli antibiotici che lavarsi le mani. Quando nel 1843 Oliver W. Holmes suggeriva ai medici di cambiare gli indumenti e lavarsi le mani dopo aver visitato i pazienti affetti da febbre puerperale le sue richieste vennero completamente ignorate. Anche l'avvento dell'anestesia è stata per lungo tempo trascurata se non osteggiata dal mondo medico e venne ufficialmente accettata soltanto quando la regina Vittoria diede alla luce il principe Leopoldo sotto l'effetto del cloroformio. Fino al 1980 era prassi comune operare i bambini senza anestesia perché si riteneva che fossero incapaci di provare dolore.

Da dati riportati da vari libri e giornali, pare che oggi i medici causano più malattie e decessi del cancro o delle cardiopatie. Una persona su 6 si trova in ospedale a causa del medico. Le reazioni negative ai farmaci sono la quinta causa di morte negli Usa perché i medici non comprendono i pericoli associati ai farmaci. Il 40% delle persone che assume farmaci subisce pesanti effetti collaterali, daltronde nessuno può stabilire in anticipo quali saranno le conseguenze sulla salute di un farmaco lanciato sul mercato. Molte più persone vengono uccise dai farmaci prescritti che dall'uso illegale di droghe. Solo in Australia ogni anno vengono ricoverate quasi mezzo milione di persone perché dei medici li hanno fatti ammalare e 18.000 di questi muoiono ogni anno a causa di errori medici, tossicità dei farmaci, errori chirurgici ecc., mentre negli Usa i casi di mortalità a causa dei medici si aggira intorno alle 200.000 unità. E le cifre in Europa non sono più incoraggianti dove medici e medicine pare che uccidono più persone di tutti i tipi di cancro. In realtà i medici rappresentano una delle principale causa di malattie e morte molto più di tutti gli altri tipi di problemi messi insieme, compreso cancro e malattie cardiache.

Daltronde, come afferma la stessa rivista British Medical Journal, 6 trattamenti su 7 non sono supportati da prove scientifiche. Il problema di fondo è che gran parte della ricerca medica è organizzata, pagata, commissionata e sponsorizzata dall'industria farmaceutica che è fatta per produrre buone recensioni e non certo arrecare danno a se stessa. Pare che molti degli scienziati implicati sono pronti a modificare i risultati dei loro esperimenti se questi non danno i risultati sperati. Si calcola che almeno il 12% delle ricerche scientifiche siano false.

Anche gli esami e le analisi per le diagnosi mediche pare non siano affidabili: non riescono a prevedere l'andamento di una malattia nel 50% dei casi. Dei patologi hanno effettuato diverse centinaia di autopsie scoprendo che più della metà dei defunti era morto per una causa diversa da quella diagnosticata, praticamente aveva ricevuto un trattamento medico sbagliato. E se la vita media si è allungata (ma non certo il benessere della persona) ciò non è dovuto ai medici e alle medicine ma all'igiene, all'acqua corrente, al riscaldamento centralizzato, al poco lavoro, alla riduzione della mortalità infantile, alla carenza di guerre. Ci sono più malati oggi di quante ce ne siano stati in tutta la storia umana. In sostanza si può dedurre che dopo i 65 anni di età il cittadino è un peso per lo Stato e cerca di sostituirlo con chi produce.

Il numero delle persone che muoiono a causa dei medici è 4 volte maggiore di quello delle persone che muoiono per incidenti stradali. Praticamente il medico ha più probabilità di ucciderci della nostra automobile. In realtà i medici oggi sono solo un canale commerciale dell'industria farmaceutica e gran parte dei medicinali che prescrivono non si conosce gli effetti perché tutti i medicinali, nessuno escluso, sono sperimentati sugli animali. Insomma i medici uccidono più persone di quante non ne curino e causano più malattie e disagi di quanti ne riescano ad alleviare: il motivo è da ricercare nel fatto che la classe medica è in stretta alleanza con l'industria farmaceutica.

Almeno il 70% degli esami e dei test richiesti dal medico non sono necessari. Un sondaggio ha dimostrato che le analisi del sangue e delle urine consentono al medico di formulare una diagnosi esatta solo all'1% dei casi. Uno studio recente ha dimostrato che su 93 bambini cui erano state diagnosticate malattie di cuore solo il 15% erano realmente malati.

Se si dovesse classificare l'industria del cancro in base al suo fatturato sarebbe tra le più importanti del mondo; ma se la si dovesse considerare in base alla sua capacità di sconfiggere la malattia che si prefigge di combattere sarebbe tra le industrie più fallimentari del pianeta.

Nel 1970 una persona su 6 poteva ammalarsi di cancro; nel 1980 il rischio era raddoppiato; nel 1990 si arriva a circa il 40%. Non solo, oggi il tasso di sopravvivenza al cancro è lo stesso del 1950. I tempi della dichiarata guarigione dal cancro rientrano nei 5 anni: se una persona muore dopo 5 anni e un giorno il caso verrà considerato un successo. Sembra che lo scopo dominante sia tenere in vita il paziente per quei 5 anni. Uno studio approfondito ha dimostrato che i pazienti che avevano rifiutato i trattamenti convenzionali del cancro sono vissuti in media tre anni di più. In realtà la guerra contro il cancro è stata un fallimento come quella contro la droga. E i medici che osano consigliare terapie alternative, naturali, vengono sistematicamente isolati, scherniti, disprezzati.

I risultati delle ricerche mediche dipendono da chi le finanzia. Ma nessuno sembra interessato a scoprire perché ci si ammala di cancro, o di qualunque altra patologia: questo farebbe diminuire i profitti e il fatturato. Nessuno ha intenzione di far capire alla gente che il nostro organismo è in grado di neutralizzare, senza l'ausilio di medici e medicine, di 9 malattie su 10 .

Un gruppo di ricercatori ha esaminato le cartelle cliniche di 100 pazienti: solo il 53% degli infarti era stato diagnosticato. Nel corso di uno studio è stato chiesto a 80 medici di esaminare un modello di seni femminili al silicone: i medici sono riusciti a trovare solo metà dei noduli anomali nascosti. Un altro studio ha dimostrato che su pazienti in punto di morte una diagnosi su 4 era sbagliata e che il 70% dei deceduti sottoposti ad autopsia presentavano patologie gravi mai state diagnosticate. In un altro studio avente per oggetto 400 autopsie in più della metà dei casi era stata formulata una diagnosi sbagliata. Anche gli errori della lettura di raggi X si aggira intorno al 30% e anche quando le radiografie vengono visionate una seconda volta solo un terzo degli errori commessi viene individuato.

Nel 1950 un bambino su 14 si ammalava di cancro; nel 1985 la cifra era salita a uno su 4 e nonostante gli ingentissimi finanziamenti le industrie ricercatrici non sembrano provare il minimo imbarazzo per l'abissale fallimento, anzi continuano a chiedere altri e poi altri fondi. In realtà la scienza medica non sa come affrontare il cancro. Se una persona ammalata di cancro e si fa visitare da tre medici diversi riceverà sicuramente tre diverse terapie.

Il problema è che la quasi totalità dei medici non accetta che ci sia un legame tra stile di vita e malattia, tra cibo e cancro, anche se la National Academy of Sciences afferma che il 60% dei casi di cancro nelle donne e il 40% negli uomini sono collegati a fattori nutrizionali. Anche la Britisch Medical Association calcola che almeno un terzo dei casi di cancro è attribuibile all'alimentazione, anche se il legame tra grassi-proteine animali e cancro è ormai inconfutabile. Negano l'esistenza tra stress e sistema immunitario, tra tossiemia e malattie congenite. Ma i medici si ostinano a ignorare tale equazione e si rinnova la nemesi karmica che da millenni grava sulla classe medica, a danno della popolazione.

Fin da quando fu introdotta la mammografia al seno mediante raggi X i medici si accorsero che poteva procurare più casi di cancro di quanti non ne rilevasse. Ogni dose media di raggi X equivale ai danni di 6 sigarette.

Alcuni studi negli Usa hanno dimostrato che l'incidenza del cancro in una determinata zona di un determinato paese aumenta con il numero dei medici presenti in quella zona. La propensione per la radiografia da parte dei medici forse spiega tale fenomeno.

Spunti tratti dal libro "Come impedire al vostro medico di nuocervi" di Vernon Coleman

Ma anche se il meccanismo instaurato in campo medico ha allontanato i medici dal principio ippocratico che recita "Primo non nuocere", ritengo ingiusto trascurare l'importante contributo della medicina e di molti medici i quali, con vero spirito di sacrificio personale, in molte circostanze risultano determinanti per alleviare sofferenze e salvare molte vite, specialmente nei casi di emergenza. L'operato dei medici dovrebbe essere improntato a combattere le cause delle malattie e considerare simultaneamente l'entità umana in tutte le sue componenti fondamentali ed quindi uscire della logica settoriale e dei sintomi in una visione olistica in cui la medicina naturale rientra come branca insostituibile e complementare per il bene integrale dell'uomo.

"Un medico è un uomo che viene pagato per raccontare delle fandonie nella camera del malato, fino a quando la natura

non l'abbia guarito o i rimedi non l'abbiamo ucciso" (A. Furetière).

"Un terzo di ciò mangiamo serve a vivere, gli altri due terzi a far vivere i medici" (Papiro egiziano).



mercoledì 7 luglio 2010

Quei nove centesimi nelle tasche dei contadini

Carlo Petrini
www.repubblica.it

Crollano i prezzi dei prodotti agricoli e le aziende sono sempre più in perdita. Ecco perché serve un nuovo patto tra consumatori e contadini

Che cosa si può comprare oggi con 9 centesimi di euro? Non bastano per un sms, forse sono sufficienti per pochi chiodi. Non mi viene in mente molto altro, se non che è il prezzo all´ingrosso di un chilo di carote. Ma è soltanto uno dei tanti esempi possibili se parliamo di cibo. È probabile che i lettori non se ne siano accorti perché a loro costa sempre uguale se non di più, ma i prezzi che spuntano i contadini sono in declino costante da anni. Le aziende agricole producono quasi tutte in perdita e la cosa passa sorprendentemente sotto silenzio. A qualcuno importa ancora della nostra agricoltura?

Dal dopoguerra a oggi il settore non è mai stato così in crisi come adesso: si pensi soltanto che un quintale di grano viene pagato tra i 13 e i 15 euro, a un prezzo decisamente più basso di addirittura vent´anni fa, quando ne costava 25. Solo nell´ultimo quinquennio ha perso il 30% circa. E nel mezzo c´è stata l´inflazione dei costi di produzione: come rilevano le associazioni di categoria, oggi produrre un ettaro di grano a un contadino costa 900 euro, mentre ciò che ne ricava sono 600 euro. Sfido chiunque a non farsi passare la voglia di lavorare a queste condizioni. Tutti i settori vivono questa crisi: le stalle di bovini e suini stanno subendo una vera e propria ecatombe. Solo nel settore lattiero-caseario siamo passati da più di 180 mila stalle nell´89 alle attuali 43 mila circa. Il prezzo medio dei suini, al chilo, nel 1990 era di 1,2 euro, nel 2009 è lo stesso.

Siamo arrivati al punto che andrebbe bene il commercio equo e solidale per i nostri contadini, e non per quelli dei Paesi poveri. Secondo dati ufficiali, nel 2009 i prezzi all´ingrosso sono diminuiti rispetto all´anno precedente del 71% per le carote, del 53% per le pesche, del 30% il grano, del 30% il latte, del 19% l´uva e il trend quest´anno non sembra migliorare, anzi. Una volta i contadini dicevano che il riso era l´unico prodotto che dava loro una certa sicurezza, perché anche se tutto andava male un minimo di guadagno lo offriva sempre. Beh, neanche il riso si salva, se nell´ottobre 2009 costava quasi 50 euro al quintale e oggi arriva a 30.

Un disastro di proporzioni mai viste, ma forse se ne stanno accorgendo soltanto i contadini, sempre più disperati. Perché a noi la carota pagata 9 centesimi ai contadini continua a costare un euro al chilo, con l´incredibile ricarico del 1100 per cento. Il latte, pagato la miseria di 30 centesimi al litro, lo compriamo a più di un euro e le pesche, che al chilo valgono più o meno come un litro di latte, ci costano invece quasi due euro.

È pazzesco, eppure è la norma e non fa più notizia. E non sono cose congiunturali: sono strutturali. La nostra agricoltura è ancora per fortuna fatta di tante aziende medio-piccole, e questa è sempre stata la nostra vera forza. Diversità, radicamento sul territorio che ha fruttato anche in termini di bellezza relativa della nostra nazione, la capacità di preservare la biodiversità che è anche espressione culturale, di un´evoluzione lenta e attenta, principale risultato del nostro "adattarci localmente". Ma queste aziende medio-piccole hanno il futuro segnato se non ci saranno cambiamenti forti, con la capacità di guardare al lungo periodo. La nostra agricoltura per quanto originale nel contesto europeo non è immune dai processi di industrializzazione, centralizzazione e ancora di più concentrazione che hanno investito le agricolture dei Paesi del Nord Europa, della Francia, della Gran Bretagna, sul modello di ciò che è avvenuto negli Stati Uniti: è l´idea che si possa produrre cibo senza contadini. Tanto il cibo lo si fa viaggiare; tanto bastano pochi addetti che si trasformano in operai a cottimo per le grandi industrie o le catene di distribuzione.

Abbiamo una delle agricolture anagraficamente più vecchie d´Europa. Abbiamo un contadino giovane, sotto i 35 anni, ogni 12,5 agricoltori con più di 65 anni. Niente di paragonabile a Francia e Germania, dove lo stesso rapporto scende rispettivamente a 1,5 e 0,8. Significa che in Germania ci sono più persone in agricoltura con meno di 35 anni che con più di 65. E se non bastano gli anziani, arrivano gli immigrati, che visto l´andazzo non è poi tanto sconveniente sfruttare anche in maniera violenta. L´altro giorno ero a Zibello, cittadina diventata marchio internazionale di qualità per via del culatello. Sulle panchine del paese ho visto delle donne con il sari indiano. «Gli indiani riescono a sopportare la vita grama dei nostri vecchi» mi è stato detto quando ho chiesto perché erano lì.

Chi altri vuole sopportare questa vita grama? Nessuno, e il problema è proprio quello. Come si fa a vivere se il cibo viene pagato così poco? Se le campagne non hanno più uomini e donne che le popolano e le mantengono vive? Sotto lo scintillìo degli scaffali nei nostri luoghi di spesa spesso c´è un commercio che tende ad avere le stesse caratteristiche di quello nei Paesi in via di sviluppo: sfruttamento, intermediari che fanno il bello e il cattivo tempo, infiltrazioni della malavita che fa viaggiare i prodotti a puro scopo speculativo, contadini che alla fine si riducono in miseria e devono mollare. È la faccia triste del progresso, il risultato cui tutte le agricolture "moderne" e "competitive" saranno destinate se non ci si rende conto che il lavoro contadino va riconosciuto, rispettato, premiato, incentivato, protetto, portato in palmo di mano come base profonda e intelligente della nostra società. Forse ci vogliono meno industrie e più persone nelle campagne.

I fanatici del Pil questo non lo capiscono, bollano come "poesia" la vendita diretta (in costante crescita), i mercati dei contadini, la piccola produzione che non è in grado di far viaggiare merci per tutto il mondo ma riesce bene a coprire il fabbisogno dei mercati locali. Senza contadini sparirà anche il "made in Italy" agro-alimentare: non basteranno le industrie a spacciare una menzogna, ovvero prodotti sempre più finti, di peggiore qualità, sempre più omologati su un livello medio-basso. E la colpa sarà di tutti, la colpa è già di tutti.
I commercianti: sette gruppi di grande distribuzione si spartiscono il 98% del loro mercato. I ricarichi tra il prezzo finale e il prezzo di origine sono altissimi. Questi soggetti sono i più potenti, più forti delle multinazionali delle sementi, perché con quest´oligopolio sono in grado di condizionare qualità, caratteristiche, prezzi alla produzione. Se "mangiare è un atto agricolo" - e dobbiamo prenderne tutti coscienza - anche distribuire è diventato un atto agricolo, ma in negativo: quando il prodotto non ha le caratteristiche richieste non viene ritirato, e la leva del poter decidere i prezzi è micidiale. In questo modo si orienta l´agricoltura, s´instaura un meccanismo che fa tendere alle grandi concentrazioni, che per questi gruppi sono più facili da gestire.

Non voglio prendermela troppo con la grande distribuzione perché concorre a questa situazione insieme a tutti gli altri soggetti coinvolti nei processi del cibo, ma il principale gruppo operante in Italia era nato nel secolo scorso per difendere i diritti dei più deboli, per rendere il cibo accessibile ad ampie fasce di popolazione. Ancora oggi punta molto sui diritti del consumatore nelle sue pubblicità, e gli va riconosciuto che molti passi avanti in questo senso sono stati fatti, ma voglio far notare che il lavoro svolto a favore dei contadini non viene sufficientemente comunicato e, aggiungo, deve essere implementato. Parlo della Coop perché ritengo sia un soggetto forte in grado di sviluppare una trasformazione virtuosa. Quando mio nonno, socialista, macchinista ferroviere, nel lontano 1920 costituiva con altri "compagni" la cooperativa di consumo di Bra, la sua città, aveva chiare le finalità solidaristiche di questa istituzione. Rivitalizzare oggi queste finalità significa costruire un nuovo patto tra contadini e cittadini, rafforzare l´informazione, la tracciabilità dei prodotti, l´educazione alimentare, sostenere l´agricoltura locale e la stagionalità dei prodotti. A coloro che mi dicono che questo già avviene dico che non è sufficiente. A coloro che mi dicono che non è sostenibile dal punto di vista finanziario dico che è l´unica politica in grado di rilanciare la Coop in un contesto di grande crisi.


Ma è facile dare la colpa agli altri, piuttosto rendiamoci conto che neanche noi siamo esenti da responsabilità. Quando leggo che, a fronte del problema delle mozzarelle blu che sono spuntate come puffi un paio di settimane fa, ci sono state reazioni "possibiliste" dei consumatori («Io le compro lo stesso, perché costano pochissimo, poi al massimo se vedo che sono blu le butto via») mi rendo conto che siamo vicini a un punto di non ritorno. Conta soltanto più il prezzo, pretendiamo prezzi così bassi che non possiamo neanche più lamentarci se la qualità è scadente. Al massimo si spreca, si butta via. Del resto, la qualità neanche la sappiamo più riconoscere. Insorgiamo per le zucchine a sei o sette euro d´inverno quando non ci rendiamo conto che è folle chiedere le zucchine d´inverno. Adesso che sono in stagione, per la cronaca, costano un euro o poco più. Se noi per primi, come consumatori, piccoli ingranaggi indispensabili al sistema, non cominciamo a renderci conto che il cibo va pagato il giusto, che ha valore e non soltanto prezzo, che dobbiamo aiutare i contadini perché "mangiare è un atto agricolo", allora non cambierà mai niente, e la nostra agricoltura morirà seriale, finta e omologata come in tanti altri Paesi del mondo che hanno già commesso questi errori. Vedi gli Stati Uniti, dove non a caso si sta assistendo a un vero e proprio rinascimento guidato dai foodies, persone che hanno a cuore il loro cibo e quello dei loro figli, si riforniscono nei mercati contadini, sviluppano reti di vendita diretta su internet, invogliano una nuova generazione di giovani a diventare contadini o chef che fanno del locale e dell´ecosostenibilità delle bandiere da apporre su cucine strepitose.

Mi chiedo quando avremo una politica agroalimentare degna di questo nome, che educhi i cittadini a scelte responsabili, sostenibili e piacevoli, che dia una mano a quei contadini che producono in maniera corretta per il loro e il nostro bene. Non vedo segnali forti né al governo né all´opposizione. Per anni gli agricoltori sono stati assistiti con sussidi a pioggia, depauperando così il loro modo di produrre e fare impresa, e oggi sono isolati e gabbati. Dobbiamo aspettare anche noi che la buona agricoltura ci muoia tra le braccia? Perché nessuno scende in piazza per difendere i contadini? Ci vuole un rinascimento che non guardi solo al Pil, che vada al di là degli interessi di categoria sussidiati per mantenere in vita un´agricoltura che, se non è già morta, è destinata a farlo presto. Un rinascimento che, credetemi, non è poesia come molti invasati del Pil sostengono. È un rinascimento che parte dall´agricoltura ma non è soltanto agricolo. È di vera civiltà.


sabato 12 giugno 2010

Che facciamo in Afghanistan?

Gli americani, secondo stime che risalgono al 2009, hanno perso 850 uomini, gli inglesi 216, i canadesi 131. la Danimarca 26. Da allora sono caduti altri 200 soldati della Nato

di Massimo Fini

Il Fatto

Dopo l'agguato talebano che è costato la vita a due nostri militari ferendone gravemente altri due, il ministro della Difesa La Russa si è affrettato a chiarire che “non è stato un attacco all'Italia”. Certo, nella colonna di 130 mezzi che trasportava 400 uomini c'erano americani, spagnoli e soldati di altri nove Paesi che, nella regione di Herat, occupano l'Afghanistan. È stato un attacco alla Nato. Riaffiora però qui la retorica, tipicamente fascista, degli "italiani brava gente" che, a differenza degli altri, sanno farsi voler bene dalla popolazione che quindi non li prende di mira. Sciocchezze. Gli italiani sono odiati esattamente come tutti gli altri occupanti, con l'eccezione negativa degli americani che sono odiati di più perché tutti sanno, in Afghanistan e altrove, che questa guerra è voluta da Washington e che il presidente-fantoccio Hamid Karzai, che nel Paese non gode di alcun prestigio perché mentre negli anni '80 i suoi connazionali si battevano con straordinario coraggio contro gli invasori sovietici lui faceva affari con gli yankee, è alle dirette dipendenze dell'Amministrazione Usa. Non è per la morte di due soldati che dobbiamo lasciare l'Afghanistan
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L'asino morto

Un giorno Billy comprò da un contadino in Texas un asino per 100 dollari.
Il contadino gli assicurò che gli avrebbe consegnato l’asino il giorno seguente.

Il giorno dopo il contadino si recò da Billy e gli disse: “Mi dispiace ma ho cattive notizie: l’asino è morto.”
Billy rispose: “Allora dammi indietro i miei 100 dollari”
E il contadino: “Non posso, li ho già spesi”.
A quel punto Billy si fece pensieroso, poi disse al contadino: “Va bene, allora dammi l’asino morto.”
- “E che te ne fai di un asino morto, Billy?”
- “Organizzo una lotteria e lo metto come premio”
Il contadino gli disse ironico: “Non puoi vendere biglietti con un asino morto in palio”.
Allorché Billy rispose: “Certo che posso, semplicemente non dirò a nessuno che è morto”.

Un mese dopo il contadino incontrò di nuovo Billy, così gli chiese: “Come è andata a finire con l’asino morto?”
- “L’ho messo come premio ad una lotteria, ho venduto 500 biglietti a due dollari l’uno e così ho guadagnato 998 dollari”
- “E non si è lamentato nessuno?”
- “Solo il tipo che ha vinto la lotteria, e per farlo smettere di lagnarsi gli ho restituito i suoi due dollari”

Billy attualmente lavora per la Goldman Sachs.

N.B. Esistono moltissime varianti della storia, questa l'ho presa qui

domenica 2 maggio 2010

I compagni di Zarathustra

di Alessandra Colla

alessandracolla.net

«Ho trovato più pericoli tra gli uomini
che in mezzo alle bestie,
perigliose sono le vie di Zarathustra.
Possano guidarmi i miei animali!»

F.W. Nietzsche, Così parlò Zarathustra

È la fine dell’estate quando, venerdì 21 settembre 1888, Friedrich Nietzsche lascia Sils-Maria, in Alta Engadina, per ritornare a Torino. Vi era stato per la prima volta fra l’aprile e il giugno di quello stesso anno, e si era innamorato a prima vista di quella città così quieta e raccolta — «il primo posto dove io sono possibile», come scrive lui stesso. Tutto, di questa bomboniera padana, lo affascina: l’autunno, eccezionalmente splendido; le strade, le gallerie, i palazzi ricchi di grazia resa un po’ polverosa dalla storia e dal tempo; la cucina eccellente e a buon mercato; la gente cortese che impara presto a benvolere il mite professore in pensione (il ragazzo che ogni sera, al ristorante, gli porta il “Journal des débats”, la fruttivendola che gli tiene da parte la frutta migliore…).


La nuova dolcezza del vivere quotidiano — gentilezza, premure, consistenti miglioramenti dello stato di salute — incrementa l’attività intellettuale di Nietzsche, che lavora a pieno ritmo: nel giro di poche settimane termina L’anticristo, cura la stampa del Crepuscolo degli idoli e a metà ottobre inizia l’autobiografia: Ecce homo. Come si diventa ciò che si è. Alla fine di novembre decide di pubblicare l’ Anticristo e di farne non il primo libro della Trasvalutazione di tutti i valori, ma la Trasvalutazione stessa.

Scrive molte lettere: a Brandes, a Strindberg, a Gast, a Fuchs e a molti altri, dalle quali traspare un’intensa eccitazione psichica, che sembra placarsi soltanto con la frenetica produzione intellettuale. A metà dicembre scrive un nuovo opuscolo su Wagner, Nietzsche contra Wagner, e si dedica alla rielaborazione di Ecce Homo (il testo autentico si è perso, a causa delle censure e dei tagli operati dalla sorella di Nietzsche, Elisabeth, e da Peter Gast; ancora oggi dobbiamo accontentarci di una sua ricostruzione). Tra la fine di dicembre e l’inizio del gennaio 1889 nascono i Ditirambi di Dioniso, e nello stesso periodo Nietzsche decide di non pubblicare il Contra Wagner. Sono i giorni in cui divampa la fiamma nel cuore e nella mente del filosofo.


Giovedì 3 gennaio 1889, Nietzsche esce di casa. Per strada, in via Po, assiste ad una scena non insolita e non peggiore di tante altre recitate da analoghi attori: un carrettiere ubriaco che bastona il suo cavallo. Indignato, Nietzsche si getta fra l’animale e il suo tormentatore; la folla fa capannello, accorre un agente di polizia. Nietzsche si schianta al suolo, esanime. L’affittacamere, richiamato dalla confusione, si precipita in strada, s’intromette, soccorre il suo pensionante e lo riporta a casa: il professore torna subito in sé, ma soggiace a un delirio destinato a non cessare più, come provano i molti «biglietti della pazzia» indirizzati nei giorni seguenti agli interlocutori più disparati — Cosima Wagner, gli amici, il popolo polacco, Umberto I di Savoia. Questo, in poche parole, lo scarno racconto che l’affittacamere allarmato fa a Franz Overbeck, giunto trafelato a Torino l’8 gennaio, non appena informato dell’accaduto. Il 9 gennaio Nietzsche è già a Basilea, nella clinica per malattie mentali — è già uscito dalla storia per entrare nel mito.


Che l’ultimo gesto lucido e cosciente di Nietzsche sia stato la difesa di un animale maltrattato, è grandioso. Mi piace pensare che si sia trattato del materializzarsi di una comprensione folgorante — che il male permea questo mondo e abbraccia tutte le sue creature nella globalità di un dolore cosmico che è il destino dei viventi. In realtà, forse, non si è trattato d’altro che del frutto necessario di una vita nata in terra nord-europea, cresciuta nella religione protestante, presto illuminata dalle pagine di Schopenhauer e dal loro messaggio orientale, naturalmente ricca di una profonda e squisita sensibilità: tutte circostanze assai favorevoli a una benevola inclinazione verso ogni creatura vivente, nella consapevolezza di una sorte comune dettata dalla vita stessa.
Invece capita spesso di sentire l’opinione che proprio il fatto di via Po sia il segno per eccellenza della “pazzia” di Nietzsche — «poveretto, abbracciare un cavallo…». E, si badi, non lo dicono soltanto i molti che di Nietzsche hanno orecchiato soltanto qualche grossolana volgarizzazione del superuomo e del nichilismo: lo dicono anche alcuni che Nietzsche l’hanno davvero letto e studiato (compreso?). Chissà come, le poche ma attente puntualizzazioni di Nietzsche sulla natura e sugli animali sono state generalmente trascurate dai critici — almeno qui in Italia, dove tradizionalmente, a dispetto di san Francesco e nonostante lodevoli eccezioni, l’amore o anche il semplice, genuino interesse per animali e natura è sempre stato giudicato appannaggio dei poveri di spirito o (in tempi più recenti) strumento elettorale.
Ripercorrendo l’opera del filosofo, affiorano invece alcuni spunti significativi che voglio qui riproporre ai lettori, per riscoprire insieme uno degli aspetti più delicati dell’uomo che fu Zarathustra..

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venerdì 16 aprile 2010

Pd, l'inciucio colpisce ancora

Marco Travaglio
Il Fatto

Il Pd manifesta in piazza contro il decreto salva-liste, riesce a farlo cadere in Parlamento, ma poi fa marcia indietro. E vota una legge che lo ripesca con Pdl e Lega. L'opposizione che si oppone dura meno di 24 ore.

Siore e siori, sempre più difficile! Pur di non opporsi, l’opposizione all’italiana chiamata Pd s’è prodotta ieri in un triplo salto mortale carpiato con avvitamento e scappellamento a destra, un numero mai riuscito né provato prima d'ora. Ricordate il decreto salva-liste che sanava ex post le illegalità nella presentazione delle liste Pdl a Milano e Roma? Bene, era illegale, incostituzionale e inutile. Illegale perché una legge del 1988 vieta i decreti in materia elettorale (onde evitare il rischio che si voti con una regola e poi, se il decreto non viene convertito in legge, quella regola decada dopo il voto e si debba tornare alle urne). Incostituzionale perché sanava solo le irregolarità di alcune liste e non di altre e perché cambiava le regole del gioco a partita iniziata. Inutile perché modificava per via parlamentare una legge regionale. Incuranti di questi dettagliucci, i presidenti del Consiglio e della Repubblica lo firmarono a piè fermo.

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sabato 20 marzo 2010

Il cane che non si è perso una manifestazione in Grecia..





...da noi, invece, il governo continua con l'opera di risanamento del debito pubblico proponendo l'eliminazione del tetto agli stipendi dei manager.







link originale (e altre foto):
http://www.thisblogrules.com/2010/03/dog-that-hasnt-missed-a-single-riot-for-years.html