Sandro Roggio
da EddyBurg
La società di Flavio Briatore “Billionaire” ottiene - pare in modo lecito - la concessione demaniale per piazzare numerosi gazebo in un'area recintata e riservata ai passatempi balneari dei frequentatori di “Billionaire Rubacuori” (un nome elegantissimo!) .
Siamo nella Sardegna Smeralda dei ricchissimi, esattamente nei pressi della spiaggia di Capriccioli in un tratto da sempre meta degli abitanti, quelli che - secondo la Convenzione del paesaggio- si prendono cura dei luoghi, eccetera. Le proteste numerose e reiterate nei mesi scorsi, culminano in una manifestazione capeggiata da un operaio (sì, un operaio, carpentiere: ci sono anche gli operai a Arzachena). Si rivendica la possibilità di usare semplicemente quel luogo, come da sempre fanno gli indigeni che si mescolano felicemente con gli istranzos tra il cisto e il mirto.
I contestatori lamentano - pure - che la macchia mediterranea è stata un po' troppo sfoltita per fare spazio ai cafoni attrezzi ombreggianti e per per renderla “la cornice perfetta di aperitivi esclusivi, parties, e iniziative personalizzate sull’identità di ogni sponsor”.
Vai ! La società di Briatore non gradisce e cita in giudizio l'operaio (si chiama Fabrizio Pirina) ,chiedendogli un risarcimento per danni all'immagine di “Billionaire Rubacuori”: 380mila euro, nientemeno. L'immagine offesa, per chi volesse capire meglio, è quella che si ricava dando una occhiata al sito www.billionairelife.com- musica stile circo equestre e voci suadenti come nelle reclame di profumi irresistibili).
Sponsor ufficiale lo champagne Perrier Jouet - Cuvée Belle Epoque. “La location vedrà il presidio costante delle Ragazze Billionaire che svolgeranno, per tutto il periodo estivo, un’intensa attività di pubbliche relazioni”. Suggerisce qualcosa questa ammiccante annotazione?
Lo sventurato operaio non si aspettava la dura reazione al suo gesto. Secondo gli organi di informazione ha soprattutto contrariato Briatore e i suoi quella mossa un po' dadaista di approntare un pic-nic per terra ( più disordinato del Dejuner sur l' herbe di Manet), agliata di polpi, melanzane fritte e polpette ( bombi, bombas - si dice in Sardegna); sponsor ufficiale il vermentino di Gallura 2008 delle cantine di Tempio e Monti. S
iamo grati a Fabrizio Pirina (e a Irs, il movimento indipendentista sardo) per il bel gesto. Ci ricorda, fatte le proporzioni, la sfida in poesia di Melchiorre Murenu, nello sfondo la ribellione per le terre chiuse dispoticamente in altra epoca, altre storie.
Tancas serradas a muru/ fattas a s'afferra afferra/ chi su chelu fid in terra/ l'haiant serradu puru.
(Terre chiuse con muri / realizzate arraffando/ se fosse in terra/ lo avrebbero recintato anche il cielo).
Dalla Sardegna per lungo tempo si è preso, portato via gratis, senza mettere nulla. Non serviva molto per trasferire legname o corallo o selvaggina; qualche impianto indispensabile (per la pesca del tonno o l'estrazione di minerali) non ha impoverito le imprese che poi hanno lasciato tutto lì.
Poca roba. Da mezzo secolo la Sardegna si usa lasciandoci il segno, pesantemente. Si possono fare buoni affari con la terra sarda . Gli scarichi a mare di fabbriche in disarmo sono oggi lì a testimoniare che non ce la dicevano giusta. Non hanno portato ricchezza durevole. Come la deformazione - la espropriazione- dei luoghi per divertire i turisti billionaire.
Non c'è proporzione tra quello che hanno preso ( e si prendono) e quello che hanno restituito. In bellezza nulla, proprio nulla. Le dune e i graniti, la macchia mediterranea, sono il massimo come basamenti di case e cose varie, basta aggiungere Perrier Jouet.
Al fantastico Pirina questa cosa non va giù. Evviva.
lunedì 10 agosto 2009
lunedì 3 agosto 2009
D’Addario: risposte preconfezionate per l’elettore di centrodestra in difficoltà
di Alessandro D'Amato (Gregorj)
da Gionalettismo
Da qui: “Le risposte dei destri al gossip della sinistra sulla D’Addario sono state qui riunite per vostra comodità di lettura:
1. E’ un Gòssip
2. Non si capisce se è veramente la sua voce
3. E’ opera del fotosciòp
4. Le farsi sono decontestualizzate, in realtà Silvio mostrava la sua collezione di pardripii
5. Quello che silvio fa nella vita privata sono affari suoi
6. E’ il minimo, visto che la moglie gli ha fatto le corna per secoli con più uomini al giorno e anche con qualche donna
7. Tu sei come Sircana
8. Agli italiani non frega niente
9. Anche D’Alema ciaveva l’amante, in barca a vela
10. Comunista!
11. E’ solo l’utilizzatore finale
12. Lei è manovrata da complottatori internazionali, non può aver fatto tutto da sola
13. E’ invidia perché lui può farsi tutte le donne che vuole e i sinistri rosicano
14. Tanto all’estero non gliene frega niente della politica interna italiana
15. Aveva detto di non voler mettere le mani nelle tasche degli italiani, nel programma non si parlava di vagine
16. Quelli del G8 gli han fatto i complimenti: pure la Merkel si sarebbe voluta trombare la D’Addario
17. E’ stato frainteso
18. Sarebbe stato meglio avere un capo del governo frocio?
19. Tanto poi il residence mica glielo ha dato…
20. Sinistri bacchettoni!
21. Mavalà, mavalààààààààà…
22. ricordatevi che ha ripulito la spazzatura da Napoli, rivitalizzato Alitalia e ha assicurato la massima assistenza ai terremotati d’Abruzzo
23. non ha mai conosciuto la D’Addario, e, anche se fosse, non l’ha mai pagata. Con tutti i soldi che ha figurati se ha bisogno di pagare una donna
24. Poveretto, che deve fare se la moglie non gliela dà più ?
25. E’ una congiura di Murdocch
26. Il 75% degli Italiani è con lui (al che si spiega il perché del quantitativo industriale di mignotte)
27. La sinistra è ormai alla frutta e visto ,che non riesce a contrastare il governo sul modo efficientissimo di governare il Paese, ricorre a questi mezzucci insulsi.
28. Ho qui le carte, ho qui le carte che lo smentiscono !!! (ciaf !ciaf!ciaf!)”.
In effetti non ne vengono in mente molte altre.
da Gionalettismo
Da qui: “Le risposte dei destri al gossip della sinistra sulla D’Addario sono state qui riunite per vostra comodità di lettura:
1. E’ un Gòssip
2. Non si capisce se è veramente la sua voce
3. E’ opera del fotosciòp
4. Le farsi sono decontestualizzate, in realtà Silvio mostrava la sua collezione di pardripii
5. Quello che silvio fa nella vita privata sono affari suoi
6. E’ il minimo, visto che la moglie gli ha fatto le corna per secoli con più uomini al giorno e anche con qualche donna
7. Tu sei come Sircana
8. Agli italiani non frega niente
9. Anche D’Alema ciaveva l’amante, in barca a vela
10. Comunista!
11. E’ solo l’utilizzatore finale
12. Lei è manovrata da complottatori internazionali, non può aver fatto tutto da sola
13. E’ invidia perché lui può farsi tutte le donne che vuole e i sinistri rosicano
14. Tanto all’estero non gliene frega niente della politica interna italiana
15. Aveva detto di non voler mettere le mani nelle tasche degli italiani, nel programma non si parlava di vagine
16. Quelli del G8 gli han fatto i complimenti: pure la Merkel si sarebbe voluta trombare la D’Addario
17. E’ stato frainteso
18. Sarebbe stato meglio avere un capo del governo frocio?
19. Tanto poi il residence mica glielo ha dato…
20. Sinistri bacchettoni!
21. Mavalà, mavalààààààààà…
22. ricordatevi che ha ripulito la spazzatura da Napoli, rivitalizzato Alitalia e ha assicurato la massima assistenza ai terremotati d’Abruzzo
23. non ha mai conosciuto la D’Addario, e, anche se fosse, non l’ha mai pagata. Con tutti i soldi che ha figurati se ha bisogno di pagare una donna
24. Poveretto, che deve fare se la moglie non gliela dà più ?
25. E’ una congiura di Murdocch
26. Il 75% degli Italiani è con lui (al che si spiega il perché del quantitativo industriale di mignotte)
27. La sinistra è ormai alla frutta e visto ,che non riesce a contrastare il governo sul modo efficientissimo di governare il Paese, ricorre a questi mezzucci insulsi.
28. Ho qui le carte, ho qui le carte che lo smentiscono !!! (ciaf !ciaf!ciaf!)”.
In effetti non ne vengono in mente molte altre.
Radioactive Zombie Orgy
Da Carmilla. Complimenti all'autrice
di Alessandra Daniele
da Carmilla
E' stato scoperto di recente un inedito dell'impareggiabile Ed Wood. Il film risale agli anni '70, e mescola porno, splatter e sf con sgangherata visionaria follia in anticipo sui suoi tempi. Gli effetti speciali sono tecnicamente miserrimi, e gli interpreti, specialmente il protagonista, cialtroni ben oltre il ridicolo, ma ciò che fa ascendere questo film alla più alta vetta del trash è soprattutto la trama. Un vecchio porco miliardario, spocchioso satrapo di uno staterello immaginario, decide di farsi costruire un'enorme villa dove organizzare le sue orge, alle quali partecipano altri vecchi porci miliardari, politici corrotti, generali golpisti, e puttane di carriera, e di leva.
Durante i lavori si scopre però che luogo scelto per la villa ospita nel sottosuolo una necropoli fenicia zeppa di mummie dal sonno leggero. Ignorando gli avvertimenti delle tre zie suore, il maiale fa ultimare ugualmente la costruzione della magione, e ci fa trasportare anche la sua personale collezione di frammenti di meteorite. L'avvocato del porco (un Bela Lugosi ricavato dal riciclaggio di un vecchio spezzone) si occupa di far sparire ogni traccia dagli archivi, e la villa si riempie di ospiti ignari. Durante l'orgia inaugurale però, la radioattività presente nelle rocce aliene risveglia le mummie, che irrompono nella villa, aggredendo gli ospiti per sbranarli vivi, e trasformando in zombies le vittime del loro morso. Le escort presenti cominciano così ad affondare i denti in quello che stavano succhiando, staccandolo a morsi fra urla belluine, e getti di sangue degni di un idrante. La villa si trasforma in un inferno di mutilati ululanti, in agonia, o appena rianimati che danno la caccia ai pochi superstiti per spartirsene le frattaglie.Terrorizzato, il padrone di casa si rifugia nella cripta antiatomica, ma lo attende una pessima sorpresa: anche il cadavere della moglie, da lui assassinata e nascosta, s'è appena rianimato, e la sua vendetta sarà terrificante. Com'è facile intuire, ''Radioactive Zombie Orgy'' è un autentico gioiello del cinema di serie Z. La cosa più esilarante del film risulta però la dicitura standard al termine dei titoli di coda: ''ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale'', come se qualcuno di tali grotteschi personaggi in così demenziali situazioni potesse mai davvero esistere nella realtà.
di Alessandra Daniele
da Carmilla
E' stato scoperto di recente un inedito dell'impareggiabile Ed Wood. Il film risale agli anni '70, e mescola porno, splatter e sf con sgangherata visionaria follia in anticipo sui suoi tempi. Gli effetti speciali sono tecnicamente miserrimi, e gli interpreti, specialmente il protagonista, cialtroni ben oltre il ridicolo, ma ciò che fa ascendere questo film alla più alta vetta del trash è soprattutto la trama. Un vecchio porco miliardario, spocchioso satrapo di uno staterello immaginario, decide di farsi costruire un'enorme villa dove organizzare le sue orge, alle quali partecipano altri vecchi porci miliardari, politici corrotti, generali golpisti, e puttane di carriera, e di leva.
Durante i lavori si scopre però che luogo scelto per la villa ospita nel sottosuolo una necropoli fenicia zeppa di mummie dal sonno leggero. Ignorando gli avvertimenti delle tre zie suore, il maiale fa ultimare ugualmente la costruzione della magione, e ci fa trasportare anche la sua personale collezione di frammenti di meteorite. L'avvocato del porco (un Bela Lugosi ricavato dal riciclaggio di un vecchio spezzone) si occupa di far sparire ogni traccia dagli archivi, e la villa si riempie di ospiti ignari. Durante l'orgia inaugurale però, la radioattività presente nelle rocce aliene risveglia le mummie, che irrompono nella villa, aggredendo gli ospiti per sbranarli vivi, e trasformando in zombies le vittime del loro morso. Le escort presenti cominciano così ad affondare i denti in quello che stavano succhiando, staccandolo a morsi fra urla belluine, e getti di sangue degni di un idrante. La villa si trasforma in un inferno di mutilati ululanti, in agonia, o appena rianimati che danno la caccia ai pochi superstiti per spartirsene le frattaglie.Terrorizzato, il padrone di casa si rifugia nella cripta antiatomica, ma lo attende una pessima sorpresa: anche il cadavere della moglie, da lui assassinata e nascosta, s'è appena rianimato, e la sua vendetta sarà terrificante. Com'è facile intuire, ''Radioactive Zombie Orgy'' è un autentico gioiello del cinema di serie Z. La cosa più esilarante del film risulta però la dicitura standard al termine dei titoli di coda: ''ogni riferimento a fatti o persone realmente esistenti è puramente casuale'', come se qualcuno di tali grotteschi personaggi in così demenziali situazioni potesse mai davvero esistere nella realtà.
Wall Street a caccia dei campi africani. “Il cibo, l’oro del futuro”
Autore: Knaup, Horand; Von Mittelstaedt, Juliane
fonte:Eddyburg
Il mondo dei ricchi trasforma i loro beni in merci, se ne appropria, li caccia dalle loro terre, e quando vengono qui li ricaccia indietro. Usque tandem?
I fondi d’investimento cercano appezzamenti a prezzi ridicoli. Tra i compratori anche molti Paesi con poca terra coltivabile Ogni crisi ha i suoi vincitori. Alcuni di loro sono seduti nella sala Stuyvesant dell’Hotel Marriott a New York. Gli uomini sono agricoltori di mais, proprietari terrieri, manager di fondi provenienti dall’Iowa, da San Paolo, da Sydney. Ognuno di loro ha pagato 1995 dollari per partecipare alla prima conferenza sul commercio mondiale di terreni coltivabili: la Global AgInvesting 2009. Il primo a intervenire è un rappresentante dell’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico. Sui suoi grafici in Powerpoint ci sono delle curve che schizzano su e giù. Alcune si piegano tanto più verso il basso quanto più si avvicinano all’anno 2050: si tratta dei terreni agricoli che andranno persi a causa dei cambiamenti climatici, del degrado del suolo, dell’urbanizzazione e della carenza d’acqua. Le altre linee, invece, puntano decisamente verso l’alto: rappresentano la domanda di carne e biocarburanti, il prezzo del cibo e l’incremento demografico. Tra le curve si apre un divario che diventa sempre più grande. Quel divario è la fame.
Ma per gli uomini e le poche donne raccolti nella sala Stuyvesant si tratta di buone notizie, l’atmosfera è allegra. La combinazione «più uomini-meno terra» rende il cibo un investimento sicuro, con rendite annuali del 20 o 30%. Susan Payne, una inglese dai capelli rossi, è direttrice del più grande fondo terriero dell’Africa meridionale, che si estende per 150.000 ettari, principalmente in Sud Africa, Zambia e Mozambico. Payne, che vuole raccogliere dagli investitori mezzo miliardo di euro, parla di lotta alla fame, ma le slide della sua presentazione in Powerpoint, abbellite da foto di campi di soia al tramonto, hanno dei titoli come «Africa - the last frontier for finding alpha». Alpha è un investimento il cui ritorno supera i rischi. L’Africa è la terra-Alpha: su quel continente impoverito la terra costa poco. Il fondo della Payne paga tra 350 e 500 dollari per ettaro nello Zambia; in Argentina o negli Usa per la stessa superficie dovrebbe sborsare dieci volte tanto. Si tratta di condizioni perfette per chi investe. La società d’investimento statunitense Blackrock ha creato un fondo agricolo da 200 milioni di dollari. La russa Investor Renaissance Capital ha acquistato oltre 100.000 ettari in Ucraina. Deutsche Bank e la banca statunitense Goldman Sachs hanno investito in aziende che allevano suini e pollame in Cina. Il cibo sta diventando il nuovo petrolio. La novità di questo colonialismo sta nel fatto che i Paesi si lasciano conquistare volentieri. Il premier etiope ha affermato che il suo governo «arde» dalla voglia di mettere a disposizione centinaia di migliaia di ettari di terreni coltivabili. Il tutto è legato a due speranze: la speranza degli Stati poveri di poter sviluppare e modernizzare la loro agricoltura a pezzi e la speranza del resto del mondo che gli investitori stranieri possano produrre in Asia e Africa cibo sufficiente per i 9,1 miliardi di persone che popoleranno presto la Terra; che possano portare con loro tutto quello che adesso manca: tecnologie, capitali, conoscenze, sementi moderne e fertilizzanti. Ma l’accaparramento moderno delle terre, il cosiddetto «land grabbing», è una questione politicamente delicata.
Nessuno sa di preciso quanta terra in tutto sia in gioco. L’Istituto internazionale di ricerca sulle politiche alimentari parla di 30 milioni di ettari. Klaus Deininger, un economista della Banca mondiale specializzato in politiche agricole, stima che simili trattative di accaparramento della terra potrebbero riguardare dal 10 al 30% dei terreni coltivabili disponibili. Governi in prima linea Gli affari più spettacolari però non li fanno i privati, bensì i governi. Il governo sudanese ha ceduto per 99 anni agli Stati del Golfo Persico, all’Egitto e alla Corea del Sud 1,5 milioni di ettari di terra coltivabile della migliore qualità. Il paradosso: il Sudan è il Paese che riceve i maggiori aiuti al mondo e la sopravvivenza di 5,6 milioni di sudanesi dipende dagli aiuti alimentari. Il Kuwait ha preso in affitto 130.000 ettari di risaie in Cambogia. L’Egitto vuole coltivare grano e mais su una superficie di 840.000 ettari in Uganda. Il presidente della Repubblica democratica del Congo ha offerto in affitto 10 milioni di ettari al Sud Africa. Il Pakistan vuole mettere a disposizione degli Stati del Golfo Persico un milione di ettari di terreni coltivabili, le Filippine attirano gli investitori con oltre 1,2 milioni di ettari. L’Arabia Saudita è uno dei più grandi e aggressivi tra i Paesi che fanno incetta di terra. In primavera il re ha partecipato alle celebrazioni per l’arrivo del primo raccolto di riso estero, coltivato per il regno saudita in Etiopia, un Paese tormentato dalla fame. Gli Stati ricchi scambiano soldi, petrolio e infrastrutture con cibo, acqua e foraggio. Tuttavia molti degli Stati in cui si verifica l’accaparramento dei terreni soffrono di scarsità d’acqua, come ad esempio il Kazakistan o il Pakistan. L’Africa subsahariana ha riserve idriche naturali a sufficienza, eppure soltanto il Sud Africa riesce a realizzare un surplus alimentare. Olivier De Schutter, il relatore speciale dell’Onu per il diritto al cibo, avverte: «Siccome in Africa gli Stati sono in concorrenza tra loro per accaparrarsi gli investitori, si superano l’un l’altro offrendo prezzi più bassi».
Alcuni contratti sono lunghi appena tre pagine. Alcuni promettono di costruire delle scuole o di asfaltare delle strade, ma, anche quando gli investitori rispettano queste promesse, i vantaggi per lo Stato e i contadini locali sono spesso di breve durata. Questo perché i grossi proprietari terrieri stranieri praticano l’agricoltura su scala industriale, altrimenti sarebbe impossibile aumentare i raccolti in modo da raggiungere rendite annuali del 20% e anche più. E se dopo un paio d’anni la terra è ormai impoverita, gli investitori si trasferiscono semplicemente altrove. Guerra tra poveri «Quando il cibo scarseggia - spiega l’imprenditore americano Philippe Heilberg - gli investitori hanno bisogno di uno Stato debole che non imponga loro nessuna regola». Uno Stato che, nonostante la carestia all’interno dei propri confini, consente l’esportazione di cereali, perché è piegato dalla corruzione o è iperindebitato. ù
Heilberg ha trovato uno Stato così: il Sud del Sudan. Un pre-Stato, autonomo, ma non indipendente. Il quarantaquattrenne americano, figlio di un commerciante di caffè e fondatore della società d’investimenti Jarch Capital, è il più grande affittuario di terra nel Sud del Sudan, con 400.000 ettari. Nella parte occidentale del Kenya l’appropriazione dei terreni è più avanzata. Lì vive il trentatreenne Erastas Dildo, il tipo di persona che gli investitori di New York definirebbero un «fattore di rischio»: Erastas è un piccolo agricoltore che possiede tre ettari di terra. Terra fertile, su cui il mais cresce, verdissimo, fino a due metri d’altezza, in cui i bovini sono grassi come ippopotami e le piante di pomodori si piegano sotto il loro stesso peso. Erastas raccoglie il mais due volte l’anno. Un ettaro gli frutta 3.600 euro all’anno, molto, per gli standard kenioti. Multinazionali contro contadini Ora però alla porta di Erastas ha bussato la Dominion Farms, un’azienda agricola statunitense che ha costruito lungo il delta dello Yala una propria colonia, affittando per 45 anni 3600 ettari di terra per un prezzo irrisorio: 12.000 euro all’anno. Sui terreni dovrebbero crescere riso, verdure e mais. E Dominion vorrebbe volentieri anche i tre ettari di Erastas Dildo. Gli inviati della Dominion gli hanno offerto un indennizzo di circa dieci centesimi al metro quadro. Erastas ha rifiutato e ora quelli di Dominion gli rendono la vita difficile. La loro arma più potente è lo sbarramento idrico che hanno costruito. Quando lo scorso anno Erastas ha provato a raccogliere il suo mais l’ha ritrovato inondato. «E se questo non basta - racconta - mandano bulldozer, squadre di picchiatori». Dominion aveva promesso per contratto il risanamento di «almeno una scuola e un ospedale» in ognuno dei due distretti locali. «Invece hanno cacciato 400 famiglie», afferma Gondi Olima dell’associazione «Amici della palude dello Yala». Dominion Farms respinge le accuse e fa notare che ha fatto costruire otto classi, concesso borse di studio a 16 bambini e dotato una struttura ospedaliera di letti ed elettricità.
In Africa, stima la Banca mondiale, esistono diritti formali di possesso o affitto soltanto per una percentuale di terra compresa tra il 2 e il 10%, e ciò riguarda per lo più le città. Una famiglia può anche vivere da decenni su un pezzo di terra o possederlo, ma spesso non può dimostrarlo. Inutilizzata, comunque, la terra non lo è quasi mai. Soprattutto i più poveri vivono grazie a essa, raccogliendo frutta, erbe o legna da ardere o facendovi pascolare il bestiame. Così l’acquisto di grossi terreni può anche trasformarsi in un disastro, visto che oltre il 50% degli africani sono piccoli contadini. La Banca mondiale e altre organizzazioni stanno ora preparando un codice di condotta per gli investitori. Al vertice del G8 dell’Aquila di luglio era prevista la firma di una dichiarazione di intenti, ma i capi di Stato non sono riusciti a trovare un’intesa su standard vincolanti. E così la caccia prosegue. E nella sala Stuyvesant a New York uno degli oratori chiarisce il ritmo di crescita del genere umano: 154 persone al minuto, 9240 all’ora, 221.760 al giorno. E tutte vogliono mangiare.
Copyright Der Spiegel
fonte:Eddyburg
Il mondo dei ricchi trasforma i loro beni in merci, se ne appropria, li caccia dalle loro terre, e quando vengono qui li ricaccia indietro. Usque tandem?
I fondi d’investimento cercano appezzamenti a prezzi ridicoli. Tra i compratori anche molti Paesi con poca terra coltivabile Ogni crisi ha i suoi vincitori. Alcuni di loro sono seduti nella sala Stuyvesant dell’Hotel Marriott a New York. Gli uomini sono agricoltori di mais, proprietari terrieri, manager di fondi provenienti dall’Iowa, da San Paolo, da Sydney. Ognuno di loro ha pagato 1995 dollari per partecipare alla prima conferenza sul commercio mondiale di terreni coltivabili: la Global AgInvesting 2009. Il primo a intervenire è un rappresentante dell’Ocse, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo economico. Sui suoi grafici in Powerpoint ci sono delle curve che schizzano su e giù. Alcune si piegano tanto più verso il basso quanto più si avvicinano all’anno 2050: si tratta dei terreni agricoli che andranno persi a causa dei cambiamenti climatici, del degrado del suolo, dell’urbanizzazione e della carenza d’acqua. Le altre linee, invece, puntano decisamente verso l’alto: rappresentano la domanda di carne e biocarburanti, il prezzo del cibo e l’incremento demografico. Tra le curve si apre un divario che diventa sempre più grande. Quel divario è la fame.
Ma per gli uomini e le poche donne raccolti nella sala Stuyvesant si tratta di buone notizie, l’atmosfera è allegra. La combinazione «più uomini-meno terra» rende il cibo un investimento sicuro, con rendite annuali del 20 o 30%. Susan Payne, una inglese dai capelli rossi, è direttrice del più grande fondo terriero dell’Africa meridionale, che si estende per 150.000 ettari, principalmente in Sud Africa, Zambia e Mozambico. Payne, che vuole raccogliere dagli investitori mezzo miliardo di euro, parla di lotta alla fame, ma le slide della sua presentazione in Powerpoint, abbellite da foto di campi di soia al tramonto, hanno dei titoli come «Africa - the last frontier for finding alpha». Alpha è un investimento il cui ritorno supera i rischi. L’Africa è la terra-Alpha: su quel continente impoverito la terra costa poco. Il fondo della Payne paga tra 350 e 500 dollari per ettaro nello Zambia; in Argentina o negli Usa per la stessa superficie dovrebbe sborsare dieci volte tanto. Si tratta di condizioni perfette per chi investe. La società d’investimento statunitense Blackrock ha creato un fondo agricolo da 200 milioni di dollari. La russa Investor Renaissance Capital ha acquistato oltre 100.000 ettari in Ucraina. Deutsche Bank e la banca statunitense Goldman Sachs hanno investito in aziende che allevano suini e pollame in Cina. Il cibo sta diventando il nuovo petrolio. La novità di questo colonialismo sta nel fatto che i Paesi si lasciano conquistare volentieri. Il premier etiope ha affermato che il suo governo «arde» dalla voglia di mettere a disposizione centinaia di migliaia di ettari di terreni coltivabili. Il tutto è legato a due speranze: la speranza degli Stati poveri di poter sviluppare e modernizzare la loro agricoltura a pezzi e la speranza del resto del mondo che gli investitori stranieri possano produrre in Asia e Africa cibo sufficiente per i 9,1 miliardi di persone che popoleranno presto la Terra; che possano portare con loro tutto quello che adesso manca: tecnologie, capitali, conoscenze, sementi moderne e fertilizzanti. Ma l’accaparramento moderno delle terre, il cosiddetto «land grabbing», è una questione politicamente delicata.
Nessuno sa di preciso quanta terra in tutto sia in gioco. L’Istituto internazionale di ricerca sulle politiche alimentari parla di 30 milioni di ettari. Klaus Deininger, un economista della Banca mondiale specializzato in politiche agricole, stima che simili trattative di accaparramento della terra potrebbero riguardare dal 10 al 30% dei terreni coltivabili disponibili. Governi in prima linea Gli affari più spettacolari però non li fanno i privati, bensì i governi. Il governo sudanese ha ceduto per 99 anni agli Stati del Golfo Persico, all’Egitto e alla Corea del Sud 1,5 milioni di ettari di terra coltivabile della migliore qualità. Il paradosso: il Sudan è il Paese che riceve i maggiori aiuti al mondo e la sopravvivenza di 5,6 milioni di sudanesi dipende dagli aiuti alimentari. Il Kuwait ha preso in affitto 130.000 ettari di risaie in Cambogia. L’Egitto vuole coltivare grano e mais su una superficie di 840.000 ettari in Uganda. Il presidente della Repubblica democratica del Congo ha offerto in affitto 10 milioni di ettari al Sud Africa. Il Pakistan vuole mettere a disposizione degli Stati del Golfo Persico un milione di ettari di terreni coltivabili, le Filippine attirano gli investitori con oltre 1,2 milioni di ettari. L’Arabia Saudita è uno dei più grandi e aggressivi tra i Paesi che fanno incetta di terra. In primavera il re ha partecipato alle celebrazioni per l’arrivo del primo raccolto di riso estero, coltivato per il regno saudita in Etiopia, un Paese tormentato dalla fame. Gli Stati ricchi scambiano soldi, petrolio e infrastrutture con cibo, acqua e foraggio. Tuttavia molti degli Stati in cui si verifica l’accaparramento dei terreni soffrono di scarsità d’acqua, come ad esempio il Kazakistan o il Pakistan. L’Africa subsahariana ha riserve idriche naturali a sufficienza, eppure soltanto il Sud Africa riesce a realizzare un surplus alimentare. Olivier De Schutter, il relatore speciale dell’Onu per il diritto al cibo, avverte: «Siccome in Africa gli Stati sono in concorrenza tra loro per accaparrarsi gli investitori, si superano l’un l’altro offrendo prezzi più bassi».
Alcuni contratti sono lunghi appena tre pagine. Alcuni promettono di costruire delle scuole o di asfaltare delle strade, ma, anche quando gli investitori rispettano queste promesse, i vantaggi per lo Stato e i contadini locali sono spesso di breve durata. Questo perché i grossi proprietari terrieri stranieri praticano l’agricoltura su scala industriale, altrimenti sarebbe impossibile aumentare i raccolti in modo da raggiungere rendite annuali del 20% e anche più. E se dopo un paio d’anni la terra è ormai impoverita, gli investitori si trasferiscono semplicemente altrove. Guerra tra poveri «Quando il cibo scarseggia - spiega l’imprenditore americano Philippe Heilberg - gli investitori hanno bisogno di uno Stato debole che non imponga loro nessuna regola». Uno Stato che, nonostante la carestia all’interno dei propri confini, consente l’esportazione di cereali, perché è piegato dalla corruzione o è iperindebitato. ù
Heilberg ha trovato uno Stato così: il Sud del Sudan. Un pre-Stato, autonomo, ma non indipendente. Il quarantaquattrenne americano, figlio di un commerciante di caffè e fondatore della società d’investimenti Jarch Capital, è il più grande affittuario di terra nel Sud del Sudan, con 400.000 ettari. Nella parte occidentale del Kenya l’appropriazione dei terreni è più avanzata. Lì vive il trentatreenne Erastas Dildo, il tipo di persona che gli investitori di New York definirebbero un «fattore di rischio»: Erastas è un piccolo agricoltore che possiede tre ettari di terra. Terra fertile, su cui il mais cresce, verdissimo, fino a due metri d’altezza, in cui i bovini sono grassi come ippopotami e le piante di pomodori si piegano sotto il loro stesso peso. Erastas raccoglie il mais due volte l’anno. Un ettaro gli frutta 3.600 euro all’anno, molto, per gli standard kenioti. Multinazionali contro contadini Ora però alla porta di Erastas ha bussato la Dominion Farms, un’azienda agricola statunitense che ha costruito lungo il delta dello Yala una propria colonia, affittando per 45 anni 3600 ettari di terra per un prezzo irrisorio: 12.000 euro all’anno. Sui terreni dovrebbero crescere riso, verdure e mais. E Dominion vorrebbe volentieri anche i tre ettari di Erastas Dildo. Gli inviati della Dominion gli hanno offerto un indennizzo di circa dieci centesimi al metro quadro. Erastas ha rifiutato e ora quelli di Dominion gli rendono la vita difficile. La loro arma più potente è lo sbarramento idrico che hanno costruito. Quando lo scorso anno Erastas ha provato a raccogliere il suo mais l’ha ritrovato inondato. «E se questo non basta - racconta - mandano bulldozer, squadre di picchiatori». Dominion aveva promesso per contratto il risanamento di «almeno una scuola e un ospedale» in ognuno dei due distretti locali. «Invece hanno cacciato 400 famiglie», afferma Gondi Olima dell’associazione «Amici della palude dello Yala». Dominion Farms respinge le accuse e fa notare che ha fatto costruire otto classi, concesso borse di studio a 16 bambini e dotato una struttura ospedaliera di letti ed elettricità.
In Africa, stima la Banca mondiale, esistono diritti formali di possesso o affitto soltanto per una percentuale di terra compresa tra il 2 e il 10%, e ciò riguarda per lo più le città. Una famiglia può anche vivere da decenni su un pezzo di terra o possederlo, ma spesso non può dimostrarlo. Inutilizzata, comunque, la terra non lo è quasi mai. Soprattutto i più poveri vivono grazie a essa, raccogliendo frutta, erbe o legna da ardere o facendovi pascolare il bestiame. Così l’acquisto di grossi terreni può anche trasformarsi in un disastro, visto che oltre il 50% degli africani sono piccoli contadini. La Banca mondiale e altre organizzazioni stanno ora preparando un codice di condotta per gli investitori. Al vertice del G8 dell’Aquila di luglio era prevista la firma di una dichiarazione di intenti, ma i capi di Stato non sono riusciti a trovare un’intesa su standard vincolanti. E così la caccia prosegue. E nella sala Stuyvesant a New York uno degli oratori chiarisce il ritmo di crescita del genere umano: 154 persone al minuto, 9240 all’ora, 221.760 al giorno. E tutte vogliono mangiare.
Copyright Der Spiegel
martedì 28 luglio 2009
Ow Feng Min
di Matteo Bordone
da Freddy Nietzsche
Comparso nei dintorni di Prato, in un giorno non meglio precisato dei primi anni Quaranta, Ow Feng Min è una delle figure più enigmatiche della storia recente e dell’immaginario popolare italiano. Di origine apparentemente cinese, Feng ha lavorato per alcuni anni come magazziniere in un piccolo negozio di ferramenta a Pistoia.
Taciturno e gran lavoratore, era conosciuto da tutti come “il Cinese”. Prima della fine del decennio lasciò il lavoro da un momento all’altro e scomparve. Secondo quanto ricostruito a posteriori dagli inquirenti, Feng passò i successivi trent’anni in una baita in legno sull’appennino tosco-emiliano. In questi anni incontrò in totale venticinque persone, che uccise con oggetti contundenti di vario genere e seppellì nei dintorni della baita. L’ultimo aggredito, un appassionato naturalista di Firenze di nome Italo Antichi, riuscì a colpirlo con il cavalletto della macchina fotografica, prima di fuggire, ferito, e chiamare aiuto.
Durante il processo (al termine del quale fu condannato al carcere a vita), Feng proferì solo la parole “Non sono molto socievole” prima delle sentenza. Da allora, quando qualcuno usa un’espressione del genere, si dice che parla “alla Ow Feng Min”, che ha usato un Ow-Feng-Min-smo, diventato poi, nel corso degli anni, per semplificazioni successive, un eufemismo.
Tra gli esempi celebri di eufemismi abbiamo “Dopo un po’ la verdura mi stufa” di Jean-Bédel Bokassa, “Non è piccolo” di Ilona Staller dopo il primo incontro con John Holmes, e “Non sono un santo” del Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana Silvio Berlusconi.
http://www.freddynietzsche.com/2009/07/23/ow-feng-min/
da Freddy Nietzsche
Comparso nei dintorni di Prato, in un giorno non meglio precisato dei primi anni Quaranta, Ow Feng Min è una delle figure più enigmatiche della storia recente e dell’immaginario popolare italiano. Di origine apparentemente cinese, Feng ha lavorato per alcuni anni come magazziniere in un piccolo negozio di ferramenta a Pistoia.
Taciturno e gran lavoratore, era conosciuto da tutti come “il Cinese”. Prima della fine del decennio lasciò il lavoro da un momento all’altro e scomparve. Secondo quanto ricostruito a posteriori dagli inquirenti, Feng passò i successivi trent’anni in una baita in legno sull’appennino tosco-emiliano. In questi anni incontrò in totale venticinque persone, che uccise con oggetti contundenti di vario genere e seppellì nei dintorni della baita. L’ultimo aggredito, un appassionato naturalista di Firenze di nome Italo Antichi, riuscì a colpirlo con il cavalletto della macchina fotografica, prima di fuggire, ferito, e chiamare aiuto.
Durante il processo (al termine del quale fu condannato al carcere a vita), Feng proferì solo la parole “Non sono molto socievole” prima delle sentenza. Da allora, quando qualcuno usa un’espressione del genere, si dice che parla “alla Ow Feng Min”, che ha usato un Ow-Feng-Min-smo, diventato poi, nel corso degli anni, per semplificazioni successive, un eufemismo.
Tra gli esempi celebri di eufemismi abbiamo “Dopo un po’ la verdura mi stufa” di Jean-Bédel Bokassa, “Non è piccolo” di Ilona Staller dopo il primo incontro con John Holmes, e “Non sono un santo” del Presidente del Consiglio dei Ministri della Repubblica Italiana Silvio Berlusconi.
http://www.freddynietzsche.com/2009/07/23/ow-feng-min/
martedì 7 luglio 2009
Timeo Danone et dona ferentes
Adriano Cattaneo
Salute internazionale
I due attuali giganti dell’industria degli alimenti per l’infanzia, Danone e Nestlè, si combattono a colpi di “health and nutritional claims” e di indecorose alleanze con operatori sanitari e rispettive associazioni per accaparrarsi fette di mercato. Ma le prospettive nei paesi ad alto reddito, dove nascono pochi bambini, non sono rosee. Naturale che si buttino sui mercati emergenti e popolosi dell’Asia, con strategie di marketing aggressive che contribuiscono a deprivare le donne del più antico dei beni comuni: il latte materno. Siamo corresponsabili di questa espropriazione?
Continua su Salute internazionale
Salute internazionale
I due attuali giganti dell’industria degli alimenti per l’infanzia, Danone e Nestlè, si combattono a colpi di “health and nutritional claims” e di indecorose alleanze con operatori sanitari e rispettive associazioni per accaparrarsi fette di mercato. Ma le prospettive nei paesi ad alto reddito, dove nascono pochi bambini, non sono rosee. Naturale che si buttino sui mercati emergenti e popolosi dell’Asia, con strategie di marketing aggressive che contribuiscono a deprivare le donne del più antico dei beni comuni: il latte materno. Siamo corresponsabili di questa espropriazione?
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lunedì 29 giugno 2009
Archivio Genchi: La giustizia dei capi di Gabinetto
di Monica Centofante -
Antimafia 2000
Qualche tempo fa, quando il gip Maria Teresa Belmonte aveva archiviato alcune indagini sull’allora pubblico ministero Luigi de Magistris, si era gridato allo scandalo. Perché per ragioni di opportunità quel giudice, che era nientepopodimenoche la moglie del fratello di Michele Santoro (colpevole di essersi occupato di de Magistris nel corso di alcune puntate di Annozero), avrebbe dovuto astenersi dall’incarico poiché per qualche imprecisato motivo non avrebbe potuto prendere una decisione serena e imparziale.
Giovedì e venerdì scorsi la Corte di Cassazione si è espressa su due ricorsi presentati dalla Procura di Roma contro la decisione del Tribunale del Riesame che l’8 aprile aveva ordinato di restituire l’archivio sottratto dalla stessa procura a Gioacchino Genchi, già consulente di de Magistris. Con accuse anche fantasiose, come quella di violazione del segreto di Stato nell’acquisizione dei dati di traffico di utenze in uso a 007: reato che nel codice non esiste, quindi inventato.
Nel primo giorno di udienza la quinta sezione della Suprema Corte ha dichiarato l’inammissibilità in radice del ricorso, il che avrebbe dovuto avere, come naturale conseguenza, quella di vedere confermato il dissequestro anche nel corso dell’udienza di venerdì.
Ma le cose sono andate diversamente.Perché il procuratore generale si è sorprendentemente dichiarato in disaccordo con l’orientamento assunto dal suo stesso ufficio il giorno precedente e ha chiesto alla Corte di dare ragione ai pubblici ministeri di Roma Achille Toro e Nello Rossi. Che sono quelli che avevano eseguito il sequestro, ma sono anche quelli che appaiono in atti di indagini per le quali il dottor Genchi aveva ricevuto incarichi dall’Autorità Giudiziaria. In parole povere: anche loro parte di quell’archivio.
Nello specifico, ci aveva spiegato l’avvocato Fabio Repici, legale del consulente, vi sarebbero tra l’altro conversazioni del dottor Toro che nel “maggio 2006 concordava con altra persona, con insospettabili capacità profetiche, gli incarichi al ministero della Giustizia presso l’appena nominato ministro Mastella e presso altri ministeri, riferendo anche gli incarichi graditi da altri magistrati romani, ivi compreso il dr. Nello Rossi”.In quello stesso periodo – mentre era in corso l’indagine Why Not - Toro diventava capo di Gabinetto del Ministro Bianchi nel governo Prodi, mentre il ministro Ferrero, nello stesso governo, sceglieva per quell’incarico il dott. Franco Ippolito. Che, guarda il destino, ritroviamo venerdì come relatore all’udienza che si è tenuta davanti alla sesta sezione penale della Cassazione. La quale era chiamata a decidere proprio sulla parte del ricorso che riguardava i tabulati di utenze telefoniche riferite, tra gli altri, a Clemente Mastella e Romano Prodi perché entrambi indagati in Why Not (il primo ora archiviato).
Alla fine la Suprema Corte decide di confermare il dissequestro di copia dell’archivio riguardante i tabulati che si riferiscono a utenze dei servizi segreti. Ma dà ragione alla Procura capitolina nella parte del ricorso con il quale si chiedeva il ripristino del sequestro di copia dell’archivio con riferimento ai tabulati delle utenze telefoniche di parlamentari: e quindi proprio a Romano Prodi, Clemente Mastella e altri, per i quali annulla senza rinvio, chiudendo definitivamente la questione.Nella sicura soddisfazione di indagati ed ex indagati nonché di Achille Toro e Nello Rossi. Quest’ultimo, tra l’altro, fino a due anni fa impiegato proprio alla sesta sezione penale della Corte di Cassazione, quindi un ex-collega.Lo scenario lascia spazio a qualche dubbio o perplessità, ma nessuno, questa volta, ha pensato di gridare allo scandalo. Così come non era accaduto neppure quando la Procura di Roma, nonostante la decisione del Tribunale del Riesame, si era arbitrariamente e illegalmente rifiutata di restituire l’archivio al suo legittimo proprietario.In quell’occasione l’avv. Repici si era chiesto: “Cosa assicura ai magistrati romani l’impunità davanti al Csm ed al ministro della giustizia?”.
La risposta, forse, è arrivata oggi.
Link :http://www.antimafiaduemila.com/content/view/17342/78/
Antimafia 2000
Qualche tempo fa, quando il gip Maria Teresa Belmonte aveva archiviato alcune indagini sull’allora pubblico ministero Luigi de Magistris, si era gridato allo scandalo. Perché per ragioni di opportunità quel giudice, che era nientepopodimenoche la moglie del fratello di Michele Santoro (colpevole di essersi occupato di de Magistris nel corso di alcune puntate di Annozero), avrebbe dovuto astenersi dall’incarico poiché per qualche imprecisato motivo non avrebbe potuto prendere una decisione serena e imparziale.
Giovedì e venerdì scorsi la Corte di Cassazione si è espressa su due ricorsi presentati dalla Procura di Roma contro la decisione del Tribunale del Riesame che l’8 aprile aveva ordinato di restituire l’archivio sottratto dalla stessa procura a Gioacchino Genchi, già consulente di de Magistris. Con accuse anche fantasiose, come quella di violazione del segreto di Stato nell’acquisizione dei dati di traffico di utenze in uso a 007: reato che nel codice non esiste, quindi inventato.
Nel primo giorno di udienza la quinta sezione della Suprema Corte ha dichiarato l’inammissibilità in radice del ricorso, il che avrebbe dovuto avere, come naturale conseguenza, quella di vedere confermato il dissequestro anche nel corso dell’udienza di venerdì.
Ma le cose sono andate diversamente.Perché il procuratore generale si è sorprendentemente dichiarato in disaccordo con l’orientamento assunto dal suo stesso ufficio il giorno precedente e ha chiesto alla Corte di dare ragione ai pubblici ministeri di Roma Achille Toro e Nello Rossi. Che sono quelli che avevano eseguito il sequestro, ma sono anche quelli che appaiono in atti di indagini per le quali il dottor Genchi aveva ricevuto incarichi dall’Autorità Giudiziaria. In parole povere: anche loro parte di quell’archivio.
Nello specifico, ci aveva spiegato l’avvocato Fabio Repici, legale del consulente, vi sarebbero tra l’altro conversazioni del dottor Toro che nel “maggio 2006 concordava con altra persona, con insospettabili capacità profetiche, gli incarichi al ministero della Giustizia presso l’appena nominato ministro Mastella e presso altri ministeri, riferendo anche gli incarichi graditi da altri magistrati romani, ivi compreso il dr. Nello Rossi”.In quello stesso periodo – mentre era in corso l’indagine Why Not - Toro diventava capo di Gabinetto del Ministro Bianchi nel governo Prodi, mentre il ministro Ferrero, nello stesso governo, sceglieva per quell’incarico il dott. Franco Ippolito. Che, guarda il destino, ritroviamo venerdì come relatore all’udienza che si è tenuta davanti alla sesta sezione penale della Cassazione. La quale era chiamata a decidere proprio sulla parte del ricorso che riguardava i tabulati di utenze telefoniche riferite, tra gli altri, a Clemente Mastella e Romano Prodi perché entrambi indagati in Why Not (il primo ora archiviato).
Alla fine la Suprema Corte decide di confermare il dissequestro di copia dell’archivio riguardante i tabulati che si riferiscono a utenze dei servizi segreti. Ma dà ragione alla Procura capitolina nella parte del ricorso con il quale si chiedeva il ripristino del sequestro di copia dell’archivio con riferimento ai tabulati delle utenze telefoniche di parlamentari: e quindi proprio a Romano Prodi, Clemente Mastella e altri, per i quali annulla senza rinvio, chiudendo definitivamente la questione.Nella sicura soddisfazione di indagati ed ex indagati nonché di Achille Toro e Nello Rossi. Quest’ultimo, tra l’altro, fino a due anni fa impiegato proprio alla sesta sezione penale della Corte di Cassazione, quindi un ex-collega.Lo scenario lascia spazio a qualche dubbio o perplessità, ma nessuno, questa volta, ha pensato di gridare allo scandalo. Così come non era accaduto neppure quando la Procura di Roma, nonostante la decisione del Tribunale del Riesame, si era arbitrariamente e illegalmente rifiutata di restituire l’archivio al suo legittimo proprietario.In quell’occasione l’avv. Repici si era chiesto: “Cosa assicura ai magistrati romani l’impunità davanti al Csm ed al ministro della giustizia?”.
La risposta, forse, è arrivata oggi.
Link :http://www.antimafiaduemila.com/content/view/17342/78/
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